lunedì 2 dicembre 2013

C'è nessuno in casa?


The lights are on 
but no one's home.
Amy Winehouse


Capita in continuazione:
Leggiamo un libro e ad un certo punto ci accorgiamo che interi paragrafi sono finiti nell’oblio, del tutto inosservati dalla nostra attenzione.
Stiamo cucinando e improvvisamente ci rendiamo conto delle lunghe porzioni di tempo in cui la nostra mente ha proceduto seguendo direzioni non stabilite da noi.
Guidiamo e appena spento il motore realizziamo di ricordare poco o nulla del tragitto appena percorso.


Dove eravamo?
Perché lasciamo così arrendevolmente che la mente si impossessi delle trame e del percorso dei nostri pensieri?
Perché il nostro essere se ne va inavvertitamente, portando la sua presenza e attenzione da qualche altra parte, senza che di questa esperienza conserviamo alcun ricordo? Dove va e soprattutto chi rimane?
È come se la nostra casa fosse abitata da un’orda di personaggi che, a turno, prendono in mano le redini della situazione. Il padrone di casa è stanco e delega. Delega la sua attenzione, il suo potere, la sua consapevolezza. Lo fa in maniera automatica ed inconscia, tipica dell’uomo che dorme orizzontalmente e verticalmente.
Mi direte che ormai sono cose note.
È vero, sono tutte cose che sappiamo, ma non è anche detto che le conosciamo.
Per conoscenza intendo quella esperita, che ad es. i neonati sperimentano attraverso la bocca, succhiando, oppure afferrando gli oggetti con le mani.
Se vogliamo procedere consapevolmente occorre diventare coscienti di quello che ci accade e, imparando a conoscerlo, trovare il modo di superare la prigionia. La chiave è in noi, nella volontà di evolvere e andare oltre ciò che già sappiamo o crediamo di essere.


Osserviamo ad es. i nostri pensieri. Sembra che essi abbiano vita propria: si agitano in mille direzioni, incontrollabili e ognuno reclama per sé la nostra attenzione. Si succedono con costante ed implacabile sollecitudine, dandoci quella sensazione di assuefazione che ci fa sembrare abituale ciò che invece è un’anomalia e di cui possiamo avere un’esperienza diretta con un esercizio molto semplice:

Chiudiamo gli occhi e osserviamo il corso dei pensieri per trenta secondi. Poi facciamoci questa domanda: sappiamo quale sarà il prossimo pensiero? Lo stabiliamo noi?
Ora chiudiamo nuovamente gli occhi e proviamo a non pensare a niente per lo stesso lasso di tempo. Noteremo che, se non sono pensieri che vengono a noi con flusso incessante, sono immagini. Immagini che si formano davanti a noi, varie e multiformi.

Il quadro che emerge non è così frustrante perché, se ci tranquillizziamo e ci centriamo, potrebbe capitare che emerga semplicemente il buio, il silenzio ed affiori l’essere, il presente, tutto ciò che rimane per sottrazione da quel coacervo di rumori di fondo, vale a dire il vuoto. E lì non ci saranno pensieri che cercano di convogliare la nostra attenzione su un futuro inesistente o su un passato di cui sopravvive solo il ricordo. In quel momento siamo solamente noi.
E certamente non siamo i nostri pensieri. La loro assenza non ci priva della nostra esistenza. Non corriamo alcun rischio, se non quello di essere liberi. Liberi di essere quel che siamo. 


Non è necessario indossare l’armatura e spianare le armi per muovere guerra alla mente, anzi, un’approccio amorevole e attento è il nostro migliore alleato per ottenere risultati durevoli, come si può sperimentare svolgendo semplici esercizi, ad es. la meditazione dei 21 respiri: calmare lamente.
È sufficiente essere osservatori consapevoli. Sì, di per sé è sufficiente, ma nient’affatto scontato.
Alla prima distrazione qualcun altro farà da padrone in casa nostra ed ecco allora la personalità che parodiando l’essere riprende il controllo della nostra vita, riproponendo reazioni e automatismi in una farsa cui siamo troppo abituati.
E l’essere aspetta?
Aspetta noi.
Noi che ci incamminiamo per incontrarlo.
Fabrizio


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