lunedì 11 novembre 2013

Il male minore


Un po’ di male “confessato”
dispensa dal riconoscere
molto male nascosto.

Roland Barthes 

Comincio dalla frase in epigrafe, quasi certo che mi condurrà in qualche luogo semi oscuro dell’essere. Per prima cosa, tengo a precisare che la parola male qui sarà intesa come sinonimo di errore. L’osservazione di Barthes trae origine da un meccanismo subdolo che talvolta si insinua anche nelle migliori intenzioni: utilizzare la verità per un secondo fine, strumentalizzandola, adoperandola cioè per dissimulare più che per far emergere la realtà oltre le apparenze.



Tutti sembrano apprezzare lo sforzo di venire a capo delle proprie debolezze, ma questo apparente mettersi in discussione non ha alcun valore quando rappresenta solo una critica momentanea nei confronti di un ego ben saldo sulle sue posizioni ataviche e inflessibili. Non basta un’occhiata fugace al “male minore”, poiché non appena distolto lo sguardo l’immagine che vogliamo dare di noi tornerà a reggere le fila dei nostri schemi comportamentali, alimentando la logorante logica di azione e reazione in un ciclo senza via d’uscita.

Questo stratagemma poco salutare funziona sia in termini quantitativi, come nell’esempio citato, in cui riconoscere una dose omeopatica di male, quasi fosse un vaccino, di per sé agisce da schermo dietro al quale potersi parare per evitare di dover fare i conti con un male più grande, esteso e probabilmente radicato in profondità, sia in termini qualitativi, quando cioè si indirizza volutamente l’attenzione in una certa direzione con l’intento pertinace di distoglierla da qualcosa di più importante.

Agitare uno spauracchio dietro al quale nascondersi, ecco il male, e avviene con una certa frequenza a tutti i livelli:

Sicuramente nella società (ancora questa parola astratta ed effimera, ma che sotto molteplici mentite spoglie detiene l’incommensurabile potere di addormentare le coscienze) che fornisce divagazioni e distrazioni in abbondanza, al fine di sottrarre preziose energie all’individuo. Ogni società spinge i suoi membri ad avere per essere, e quindi a non essere mai abbastanza se stessi.

Sicuramente in ciascuno di noi, abilissimo a creare alibi, a cercare giustificazioni, ad escogitare modi per placare la voce della coscienza. La mente, in questo contesto, opera al massimo livello di sofisticazione: riesce ad imbrigliarci con la sua abilità dialettica, facendoci credere di averci aiutato a trovare il bandolo della matassa, mentre in realtà preme per rimandare il nostro sviluppo cosciente, un’evoluzione scomoda e ignota, al fine di mantenere indiscusso il suo predominio. La mente: uno strumento potentissimo, ma quanti in tutta onestà possono affermare di saperne disporre a piacimento. 

Quanto, ad esempio, utilizziamo il nostro pensiero e non il contrario?
L’alternativa a questa impasse è l’apertura del cuore, uno slancio vitale che ci consenta di superare la paura della paura, per guardare senza timore dentro di noi. A quel punto occultare non servirà più a nulla, non ci saranno luoghi in cui nascondersi ed il nostro occhio interiore potrà smettere di tergiversare per dirigersi davvero al centro dell’essere.
Ammettere qualche piccolezza nella speranza che nessuno si accorga della voragine che abbiamo dentro è un’indulgenza che intrappola nell’oscurità. 
Piuttosto raccogliamo le energie disperse in rivoli di autocompiacimento e velleitario tergiversare per indirizzarle laddove vogliamo illuminare il nostro essere. E lì il potere dell’osservazione amorevole scioglierà tutte le insicurezze, i blocchi, le resistenze, rendendo inoffensivo ogni male.
Fabrizio 


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