lunedì 17 giugno 2013

Nessun uomo è un Maestro _ PARTE PRIMA


Non chiamate nessun uomo Maestro.
Il Maestro è in voi stessi.


Oggi ho scelto come epigrafe una citazione che fornisce l’indicazione fondamentale per orientarsi lungo il sentiero della ricerca interiore: è la stella polare del cercatore spirituale e pare sia stata pronunciata da Pitagora, uno dei grandi maestri dell’Occidente.
Stando al prezioso messaggio di questa epigrafe potrebbe sembrare strano che mi riferisca al suo autore chiamandolo proprio maestro, ma la differenza tra un maestro e il Maestro, per quanto ortograficamente minima, diventa essenziale sul piano ontologico dello spirito e corrisponde a quella esistente tra dio e Dio.
Al mondo agiscono moti dèi, forze sovraumane che in vario modo e secondo la propria natura collaborano o concorrono alla creazione, ma come sorgente e fine l’universo contempla un unico Dio. Analogamente, l’umanità ha conosciuto molti maestri, esseri dotati di talenti e poteri straordinari che hanno scelto di dedicare una o più vite alla guida e al servizio del prossimo su questo pianeta. Non mi riferisco soltanto agli insegnanti spirituali, bensì a tutti coloro che in ogni tempo e luogo si adoperano a beneficio dell’umanità affinché riguadagni sempre più coscienza di sé, delle proprie potenzialità e di come svilupparle a scopo evolutivo.
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La crescita della consapevolezza
«Prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro» disse Papa Giovanni Paolo II in visita ai minatori sardi, ma il senso della vita come opera magna dell’individuo si ritrova nelle parole di molti altri esseri umani consapevoli e carismatici.  Oscar Wilde rivolgendosi ad André Gide si rammaricava dicendo: «Volete sapere qual è stato il grande dramma della mia vita? È che ho messo il mio genio nella mia vita; tutto quello che ho messo nelle mie opere è il mio talento», pensate se avesse fatto esattamente il contrario! Come sarebbe il mondo se ciascuno di noi impegnasse il proprio talento per fare della propria vita un capolavoro…Ben presto si trasformerebbe in un luogo diverso, fucina di virtuosi e caleidoscopio di sogni in via di realizzazione, probabilmente un posto migliore in cui vivere. Eppure fare della propria vita il giardino in cui curare la crescita è esattamente l’etica testimoniata dai maestri di vita, una lezione da diffondere non tanto a parole quanto nei fatti. A poco valgono le prediche e i discorsi di principio se non sono accompagnati dall’esempio concreto e non vi è nulla di più pratico ed effettivo del maestro che indica la via percorrendola, come un faro getta luce non solo davanti a sé ma tutt’attorno, in modo che chi si voglia avviare nella stessa direzione abbia un punto di riferimento cui tendere.
Più ci si avvicina a questi fari viventi, esseri ordinariamente straordinari impegnati a tracciare una via nella materia, più è possibile rendersi conto di quanto siano in movimento, in cammino come ogni altra creatura nel divenire. Di fatti, la principale occupazione di ogni maestro è la crescita, che implica non essere mai uguali a se stessi, aumentando la propria levatura e giungendo a varcare nuovi confini della consapevolezza verso orizzonti strada facendo sempre più ampi. Di conseguenza, anche l’insegnamento dei maestri non è mai statico, cresce e si moltiplica in rapporto all’evoluzione di cui si rendono pionieri. Ma l’aspetto veramente meraviglioso del loro operato sta nel fatto che ciascuno di noi può parteciparvi, lasciando che il loro insegnamento attecchisca nel nostro animo per darci modo di produrre nuovi frutti di azioni e parole ispirate.
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Devozione
Quanti di noi invece, forse scorgendo troppo da lontano un possibile faro della ricerca interiore, vi si aggrappano ciecamente, e abbagliati dallo splendore improvviso della rivelazione ne dimenticano la costante dinamicità, scambiando le scoperte in divenire di un maestro per verità assolute e condannandosi alla limitazione nel replicare un insegnamento alla lettera, così come era stato fissato in un altro tempo e in circostanze necessariamente diverse da quelle attuali? Magari si tenta perfino di canonizzare questi insegnamenti, con il buon intento di fissare dei principi, che poi però diventano precetti e regole e infine dogmi del tutto incapaci o incuranti davanti alle esigenze evolutive degli individui.
Ciascuno di noi è unico e pur avvalendosi della presenza di compagni di viaggio, e talvolta della loro guida, ha l’opportunità di scoprire da sé il proprio percorso; si tratta di un diritto alla conoscenza (lett. “fare esperienza”), ma come tutti gli onori è anche un onere che sta ad ognuno assumere consapevolmente.  
In ogni periodo buio il predominio di qualche tipo di autorità sovraindividuale ha sempre portato con sé conseguenze fatali alla coscienza dei singoli: l’offuscamento della consapevolezza e della responsabilità individuale a solo vantaggio di una collettività spersonalizzante e perfino disumana. Le epoche di involuzione, cicliche come ogni altro tempo, si sviluppano dalla deriva indiscriminata di un principio potenzialmente benefico, che trasformandosi in un assioma giunge ad un punto di non ritorno, in cui non è più possibile riconoscere la salutare saggezza dell’antico detto «errare è umano, perseverare è diabolico». Così, l’amore per la conoscenza attraverso la riscoperta dei testi filosofici si fossilizzò nell’ipse dixit del dogmatico oscurantismo medievale, l’affermazione della fede degenerò nel Dio lo vuole dei massacri nelle guerre di religione, il ferreo esercizio della volontà venne dirottato nello sterminio di massa la cui infamia risuona ancora nelle parole Il lavoro rende liberi.
È sconcertante il potere dell’essere umano di pervertire quella che potrebbe essere l’inizio di una rivelazione o scoperta interiore (un principio) in un motto di distruzione; basta togliere responsabilità all’individuo e delegare ogni potere ad un’autorità tanto più forte quanto più lontana e astratta dalla coscienza individuale.

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Peccato che il frutto raccolto nel giardino di Eden, dotazione divina con cui siamo scesi sulla Terra, sia proprio il discernimento. Quale scopo evolutivo ci sarebbe nell’aver mangiato dall’Albero della conoscenza del Bene e del Male, avvalendosi della facoltà di distinguere tra i due principi di dualità, se non l’opportunità di esercitare tale discernimento assumendosene la piena responsabilità?
La piena responsabilità del discernimento, in altre parole il risveglio della consapevolezza, è l’obiettivo che pervade l’insegnamento di ogni maestro e proviene direttamente dalla connessione con il Maestro al di sopra e nel profondo di ciascun essere umano.
 Mariavittoria


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