giovedì 22 novembre 2018

Illusioni spirituali e come curarle



Imparare significa scoprire quello che già sai. 
Fare significa dimostrare che lo sai. 
Insegnare è ricordare agli altri che sanno bene quanto te
Illusioni, Richard Bach


Oggi il Sole entra in Sagittario, domicilio in cui lo attende il governatore del segno, Giove, patrocinatore della Terra e, per estensione, dell'umanità cui non può restare indifferente a patto che questa si dimostri all'altezza della propria divina ispirazione. È questo un buon periodo per parlare di libertà, specialmente da quelle illusioni, celesti o concrete, che impedendoci di cogliere la nostra stessa natura ci incatenano a un'esistenza meno che umana.



Naturalmente, come ogni cosa veramente importante, il punto centrale, la chiave dell'arcano, si nasconde nei dettagli, che però sono sempre stati sotto gli occhi di tutti. Nessuno è più prigioniero dello schiavo che si crede di essere il padrone. Qui non mi riferisco alla schiavitù fisica, anche se purtroppo nemmeno a questo livello è stata debellata dall'umanità, ma a quella che consegue all'inconsapevolezza pressoché totale da parte dell'essere umano della propria condizione di animale sociale pensante inesorabilmente assoggettato e condizionato. Lo schiavismo psichico è subdolo e sottile, viene alimentato da molteplici fattori e risulta talmente innestato in profondità nel genere umano da passare praticamente inosservato. Oggi vorrei invitarti a osservare questo fenomeno, che probabilmente determina lo svolgimento della tua vita più di quanto immagini, e magari a lasciar cadere qualche illusione propagandata sin troppo assiduamente dalla spiritualità contemporanea e, con un più alto tasso di precisione e intenzionalità, dagli zelanti portavoce della disinformazione organizzata.



Innanzitutto, volendo affrontare senza compromessi ciò che ci tiene in trappola, è necessario comprendere veramente che cosa sia la libertà. Di per sé l'interrogativo è arduo e scomodo da porsi in un'epoca in cui il tempo sembra non bastare mai, anche se poi cerchiamo di occupare ogni attimo della giornata, forse proprio per l'inconscia paura di ritrovarci con un momento di vera libertà e scoprire di non sapere cosa farcene. Avere della libertà non significa necessariamente poterla o saperla utilizzare a fin di bene. Un po' come quei bovini che vengono liberati per mostrare in televisione quanto siano liberi e felici negli allevamenti: se ne stanno sul prato come inebetiti, senza nemmeno brucare, perché non avendo mai visto l'erba fresca non sanno che sarebbe il loro alimento naturale e aspettano soltanto di ritornare rinchiusi nelle loro stalle, cosa che avverrà puntualmente allo spegnersi delle telecamere. Un po' come chi vince alla lotteria e finisce per sperperare ogni centesimo in poco tempo o chi non vede l'ora che arrivi il fine settimana per uscire dalla ressa cittadina e infilarsi nella ridda dei centri commerciali. Ci sarebbe quasi da ridere se non ne andasse della nostra vita, del modo con cui per incuria e ignoranza gettiamo via le nostre risorse più preziose, solo perché nessuno ci ha mai insegnato a coglierne l'importanza e a realizzarne il potenziale. Ci hai mai pensato? Quanta libertà hai avuto veramente e quanta di essa hai avuto il coraggio di assaporare fino in fondo? Non è facile, non è da tutti nemmeno chiederselo, e sicuramente non è qualcosa che ti è stato insegnato a fare.



La libertà non è fare quello che si vuole quando si vuole, al contrario, libertà, in estrema sintesi e nell'orizzonte delle reali prospettive del genere umano, significa assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Ne consegue necessariamente che per essere veramente liberi bisogna avere, o meglio sviluppare, la capacità di vedere quali scelte possiamo fare, in breve, imparare a distinguere scientemente tra ciò che dipende direttamente o indirettamente da noi e ciò che è oltre ogni possibilità di controllo. L'alimentazione dipende sempre da noi, perché siamo noi a scegliere di cosa e in che modo alimentare il nostro apparato psicofisico e di conseguenza quanto e quale nutrimento offrire all'anima. Un corpo e una psiche resilienti offrono e costituiscono cibo spirituale di un certo livello, preferendo la qualità alla quantità. Di questo ho già parlato diffusamente in Resilienza alimentare, ma tra il dire e il fare c'è di mezzo l'abisso dell'esempio personale: non basta avere delle conoscenze, bisogna diventare quello che si sa, perché soltanto l'esperienza ha un'influenza diretta sull'evoluzione, è questo il significato, non solo letterale, di riuscire a realizzarsi. Anche per questo Resilienza alimentare non è un trattato teorico, ma un manuale pratico e sinceramente l'ho scritto proprio perché da qualche parte si deve pur cominciare. Un piccolo passo nella direzione giusta vale più di mille parole, se poi quel passo viene fatto insieme, sulla via della condivisione, ben presto l'esperienza del singolo diventerà oggi la scienza del domani, comprovata dalle generazioni future.



Ora veniamo alle illusioni, ovviamente ce ne sarebbero per tutti i gusti, ma atteniamoci all'essenziale, proprio per questo soventemente sorvolato, nocciolo della questione: è illusione pensare di poter fare dei progressi spirituali sostanziali e duraturi con un corpo appesantito da ogni genere di tossina e una psiche fuori da ogni controllo, in cui imperversano pensieri obnubilanti ed emozioni disturbanti. Forse ti sembrerà che stia esagerando, ma davvero pensi che si possa raggiungere un qualche traguardo spirituale senza essere in grado di padroneggiare il proprio veicolo psicofisico? Sarebbe come pretendere di vincere una gara automobilistica senza saper guidare o voler scalare una montagna senza aver prima imparato a camminare. Non ti sembrano pretese eccessive e inverosimili? E pensi sia soltanto un caso che questo genere di facilonerie riscuotano tanto successo nell'epoca in cui si enfatizza la presunta necessità di avere “tutto e subito”? Con questo non ti sto suggerendo di smettere di svolgere ogni pratica spirituale fino a quando non avrai ripulito e padroneggiato corpo e psiche. Piuttosto, ti invito a scegliere le pratiche spirituali che non trascurano l'addestramento psicofisico e che ti consentono di sviluppare ogni parte di te in modo armonico ed evolutivo. Quali esse siano dipende da te e dalle motivazioni profonde che ti spingono a intraprendere un percorso spirituale, e sia chiaro che in una fase dell'evoluzione in cui ci viene chiesto di spiritualizzare la materia non esistono percorsi di vita che in qualche modo non si rivelino essenzialmente percorsi dello spirito. Sei energia spirituale che si muove nella materia e ogni tua scelta è un passo in più verso l'estinzione o l'evoluzione della tua anima, del pianeta, dell'umanità.



Lo ripeto: ogni tua scelta determina il risultato, in questo senso non c'è molta differenza tra quello che scegli di mangiare o di dire o di fare, qualsiasi cosa è una scelta, fa parte del tuo percorso di vita, e ogni percorso è necessariamente spirituale. È lo spirito che in modo sempre più consapevole esperisce la materia. Se così non fosse, non potremmo nemmeno dire che siamo nati e che moriremo: esattamente che cosa nasce e muore, precisamente che cosa entra nel corpo e gli dà la vita, e poi esce dal corpo, ponendo fine a quella stessa esperienza di vita? O forse la stessa idea di vita è un'illusione, una mera convenzione progettata dalla particolare percezione umana, essendo noi tutti, viventi e trapassati, parte integrante della grande corrente continua dell'esistenza? Davvero pensi che smetterai di esistere una volta varcata la soglia della morte? Davvero pensi di non avere avuto un'esistenza prima di nascere? L'interrogativo, se mai, non è quando esistiamo o meno, ma quanto siamo consapevoli e coscienti della nostra esistenza.
E con questo ci siamo lasciati alle spalle anche l'illusoria differenza tra spirito e materia, l'ultima grande illusione cui da millenni si fa riferimento negli insegnamenti di ogni tradizione, e che nonostante questo forse rimane la verità più trascurata nella pratica.

Mariavittoria



RITROVA LA CONNESSIONE CON L'ESISTENZA ATTRAVERSO L'ESPERIENZA

LA VIA DEGLI SCIAMANI
Lo Spirito ha posto in essere l'Anima e l'Anima ha posto in essere il corpo fisico. L'edificazione del corpo fisico ha consentito alla mente umana di essere creata ad immagine e somiglianza dell'Anima e come estensione dello Spirito.”



domenica 21 ottobre 2018

Nel cuore verde dell'autunno




L’autunno è una seconda primavera, 
quando ogni foglia è un fiore.
Albert Camus


Nonostante siamo abituati ad individuare un inizio dell’anno univoco, convenzionalmente nei primi giorni di gennaio, in realtà dal punto di vista psicologico possiamo determinare almeno due altri punti di svolta nel nostro percorso annuale. 
Il primo è settembre, che molti di noi associano ad un nuovo inizio. Le ferie ormai alle spalle durante le quali abbiamo provveduto a rilassarci, a ripristinare livelli energetici adeguati, stimolano la nostra voglia di ripartire con un’enfasi speciale. 
Inoltre, l’inizio della scuola è fonte di ispirazione anche per gli adulti per cimentarsi con corsi, nuove lingue, bricolage, fai da te, cineforum e svariate altre attività. 
Il secondo e più profondo nuovo inizio è Samhain, il capodanno celtico, che cade proprio alla fine del mese di ottobre e ci introduce nelle brumose terre di novembre, traghettandoci letteralmente in una nuova dimensione.



Siamo nel pieno dell’autunno, una stagione enigmatica, satura di colori e di giochi di luce e la vibrazione che imprime il suo sigillo durante questo periodo ha delle peculiarità. L’afflato verso un nuovo inizio tipico di settembre incontra una certa resistenza già ad ottobre, quando la luce inizia a perdere terreno e lo slancio iniziale tende a rallentare il suo ritmo. Questa influenza giunge ad un punto cruciale proprio a Samhain, a partire dal tramonto del 31 ottobre, durante il quale il velo fra i mondi si appresta a cadere completamente, favorendo una più intima connessione con l’aldilà. Si tratta di un punto di svolta e di crescita dunque, che può essere vissuto come trampolino di lancio per rinvigorire la nostra consapevolezza, in grado di sbocciare nonostante il sole si tuffi sempre più prossimo all’oblio della luce.



Vero che le nostre energie in un certo qual senso vanno controcorrente, dovendo farsi strada in un periodo che è di contrazione e di riflessione intimistica. Tuttavia, proprio questo riconnettersi con le proprie più profonde fonti interiori ci consente di viaggiare sulla stessa lunghezza d’onda che respiriamo nelle nostre giornate e di proseguire il cammino con rinnovata forza. 
Se questa è la traccia da seguire per indirizzare coscientemente la nostra energia in modo da assecondare il flusso dell’universo, un’opera di allineamento consapevole può essere messa in pratica cogliendo i segnali che l’autunno inoltrato ci consegna con accurata precisione e con innegabile tempismo. La caduta delle foglie ci suggerisce di affinare e focalizzare la nostra energia attraverso un lavoro di pulizia e sottrazione, molto simile a quello che coinvolge il regno vegetale. 


C’è sempre qualcosa di prezioso da imparare dall’innata saggezza naturale, e così come gli alberi rinunciano a quello che è diventato superfluo e si concentrano sull’essenziale, allo stesso modo noi dovremmo liberarci dalle ampollose propaggini del nostro ipertrofico io, abituandoci all’idea di tagliare i nostri rami secchi e di abbandonare il vecchio, sia esso rappresentato da schemi stantii, pensieri inoperosi, oggetti polverosi o legami improduttivi. Il cambio di stagione, se fatto in quest’ottica, può essere una attività sommamente catartica, che consente di far spazio al nuovo, di imbastire una seria riflessione su quanto sia davvero essenziale e stabilire un punto di partenza più sensato, per evitare di dissipare la nostra energia in mille rivoli.



In effetti, il periodo dell’anno che stiamo vivendo, come ogni svolta, rappresenta una grande occasione per fluire attraverso la vita con rinnovata disinvoltura e leggerezza, e per procedere speditamente sul nostro cammino in armonia con le leggi della natura e dell’universo.

Fabrizio


RISCOPRI LA SAGGIA CONNESSIONE CON IL REGNO VEGETALE

EFFETTO BIOFILIA
“L’effetto biofilia è quell’istintiva attrazione che l’uomo ha nei confronti della natura. Significa riconnettersi alle radici, che non crescono nel cemento. Effetto biofilia vuol dire esperienza dell’ambiente e dei luoghi selvaggi, bellezza ed estetica naturale, liberazione dalle catene e guarigione.”






sabato 22 settembre 2018

Ossessioni karmiche e come liberarsene


Il modo per trascendere il karma
risiede nel corretto uso
della mente e della volontà.
Bruce Lee

Ricordo bene di aver scritto un post intitolato Il karma non esiste, e in quello che segue non intendo contraddirmi ma approfondire un aspetto dell'argomento su cui credo che non si rifletta mai abbastanza e che genera conseguenze imponderabili.
“Vorrei ma non posso... Se solo potessi...” è questo il mantra, più o meno inconscio, che ci rende schiavi di un'ossessione karmica, insieme alla segreta convinzione che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato e ingiusto nelle cose che stiamo vivendo nella realtà. Qualsiasi conseguimento viene quindi minato da una vena di insoddisfazione che, per quanto lieve, può compromettere i buoni frutti di ogni realizzazione, perfino quelli di una vita intera, trasformandosi in un'insanabile inquietudine che si manifesta come vaga irrequietezza e talvolta cede il posto alla frustrazione.



Non parlo della sacrosanta indignazione che ti coglie quando sai, anche solo nel profondo del tuo cuore, di aver intrapreso un cammino che non ti corrisponde veramente, poiché è naturale che ignorare le proprie autentiche aspirazioni, ad esempio costringendosi a vivere una vita insensibile ai richiami dell'anima, faccia male anche a livello psicofisico, e non mi riferisco nemmeno al senso di frustrazione indotto dalla smania consumistica che porta a volere tutto e subito, secondo logiche preconfezionate del tipo nasci-cresci-riproduciti-muori, ovvero produci-guadagna-spendi-consuma, no, l'ossessione karmica è molto più profonda e conferisce un senso di cupa ineluttabilità ad ogni aspetto della vita, per cui sì, potrai anche realizzare ogni aspirazione dell'anima e ogni desiderio della personalità (sulla differenza tra desiderio e aspirazione ti invito a leggere il mio post Il segreto della felicità) e nondimeno sentire che comunque niente ha veramente valore, perché ti manca qualcosa di fondamentalmente importante, anzi, di essenziale.



L'ossessione è una forza che sfugge alla coscienza e si esprime in atteggiamenti, attitudini e comportamenti controproducenti, attraverso una reiterata staticità: manie, ansie, fobie, fissazioni più o meno eclatanti che ci impediscono di vedere le cose per quello che sono veramente e di superare i limiti spesso solo immaginari o comunque autoimposti che ci mantengono schiavi. Ecco una forza occulta che richiama un'ampia categoria di indisciplinate idiosincrasie perseveranti, ostinate, che resistono agli accomodamenti più lungimiranti del tempo e si innestano nella pianta del karma personale, alimentandone le radici millenarie e i semi di discordia.
Ossessioni karmiche: ne sai qualcosa se incontri la tua anima gemella, e il tuo cuore l'ha saputo dal primo istante (gli occhi a volte si distraggono e sbagliano, ma il cuore ricorda sempre tutto) che è proprio lui/lei, ma non c'è verso che riusciate a stare insieme, e magari non è nemmeno la prima vita in cui capita, così si è creata una lunga catena di irrisolti che impediscono l'evoluzione dell'anima e la pace dello spirito, come illustra magnificamente un film finlandese, Jade Soturi (“il guerriero di giada”, 2006), di cui ti invito a guardare almeno questo riassunto (pochi minuti di musica e immagini più che eloquenti):



Può anche avvenire che ad un certo punto sia l'ossessione karmica ad avere la meglio e queste due persone, che il destino si sforza di tenere separate, alla fine si mettano insieme, ma è molto difficile comprendere appieno di che natura saranno i frutti di tale ostinazione, se non un karma ancora più stringente ed esasperato, come racconta in modo brillante il film One Day (2011, dal romanzo Un giorno di David Nicholls):



Lieto fine da cinema? Niente affatto, quella che ti ho appena proposto non è la scena finale del film (metafora di una vita, s'intende) bensì il punto di svolta, dal momento che i due protagonisti hanno riconosciuto entrambi i propri sentimenti e sono pronti a viverli, dopodiché tutto dovrebbe risultare perfetto o quasi, giusto? Sbagliato! E ne ho già scritto approfonditamente nel mio saggio dedicato alle Affinità elettive, in cui Goethe affronta questo tema precorrendo i tempi dell'analisi karmica delle relazioni di coppia. Allora, in sintesi, come fare per uscire da questa situazione persa in partenza in cui ci si ritrova immancabilmente incatenati alla ruota della sofferenza? Per prima cosa, è necessario risolvere il conflitto generato da un fraintendimento essenziale riguardo all'amore, ovvero la reciprocità. Per i motivi più vari, nel corso delle nostre esistenze siamo stati indotti a credere che l'amore sia una sorta di scambio più o meno paritario, per cui, ad esempio, se ami una persona che non ti ama ci deve essere qualcosa di sbagliato e quello che provi non è amore. Niente di più triviale. Questa falsità bigotta avvelena gli animi e trasforma il sacro mistero dell'amore in una istituzione socialmente accettabile (come il matrimonio, ma vale anche per il patrimonio e tutto il mercimonio che ne consegue). L'amore, la forza che tiene unito l'universo, non si può ridurre o limitare. Amare qualcuno non è mai sbagliato, ma pretendere di essere corrisposti è diabolico (vale a dire crea conflitti e separazione), per giunta il vero amore è sempre e comunque incondizionato e non potrebbe essere altrimenti: che amore è quello per cui si smette di amare qualcuno perché non ci corrisponde come vorremmo? Fin qui è la logica a indicarci la strada, ma consideriamo la questione anche dal punto di vista metafisico: sì, può darsi che la persona non corrisponda il nostro amore, ma che dire dell'anima, la quale non può rimanere indifferente al vero amore e certamente ne trarrà qualche giovamento, perché niente come l'amore risana e guarisce, anche le ferite invisibili.
Quindi, il primo importante passo per liberarsi da un'ossessione karmica è smettere di trasformare l'amore in una prigione di stereotipi per se stessi e per gli altri. Vivere e lasciar vivere nel rispetto del grande comandamento universale: ama il prossimo tuo come te stesso (cui segue il corollario “ama i tuoi nemici e prega per i tuoi persecutori” che se praticato con sincerità accende il fuoco in grado di estinguere il karma all'istante).



Il secondo passo è attingere alla forza dei quattro elementi della natura e lasciar fluire le emozioni con l'Acqua, purificare i pensieri con l'Aria, rinvigorire il corpo con la Terra e rigenerare lo spirito con il Fuoco. L'ideale sarebbe recarsi in un luogo dove la natura è forte e vitale, circondati dai quattro elementi: un corso d'acqua, il vento, prati rocce e boschi, il sole... Ma possiamo anche operare simbolicamente e richiamare la forza degli elementi attraverso una ciotola di acqua di fonte, il fumo di un bastoncino di incenso alla citronella, una pietra rinvenuta in un luogo incontaminato e la fiamma di una candela. Cercando il silenzio e un tranquillo rilassamento, creiamo il nostro momento sacro in comunione con i quattro elementi e predisponiamoci all'ascolto. L'importante è ristabilire il contatto consapevole con le forze elementali della natura e lasciare che esse sblocchino, purifichino, rafforzino e rigenerino tutte le nostre energie, lasciando finalmente spazio ad un avvenire aperto e luminoso.

Mariavittoria


RISCOPRI LA FORZA DEGLI ELEMENTI NATURALI

LA VIA SCIAMANICA DEI QUATTRO SACRI ELEMENTI
Unitevi alle energie della natura, cioè a dire ai Quattro Elementi, e percepirete quanta energia scorre in voi.”




mercoledì 22 agosto 2018

Lo yoga del sole


Questo yoga era già noto in passato,
infatti i Greci lo conoscevano, gli Egizi lo praticavano,
come pure i Persiani, gli Aztechi, i Maya, i Tibetani...
Ora è stato abbandonato soprattutto in Occidente.
Poiché in sanscrito il termine Sole si traduce con “Surya”,
diamo a questo yoga il nome di “Surya-yoga”.
Si tratta del mio yoga preferito perché riunisce e racchiude in sé tutti gli altri.
Omraam Mikhael Aivanhov


Lo scopo principale dello yoga (dalla radice sanscrita che significa “unire”) è realizzare l'unione armonica tra macrocosmo e microcosmo, integrando e coordinando i corpi che compongono l'essere umano affinché diventino un perfetto veicolo di espressione dell'anima e di manifestazione dello spirito. Con questo puro intento lo yogin pratica le asana, recita mantra, potenzia la propria aura, medita e padroneggia la forza del proprio corpo, trasmuta le energie inferiori, rende servizio in modo disinteressato e si adopera per divenire impeccabile nelle proprie creazioni astratte, verbali e materiali, proprio come prescritto dalla disciplina che ha scelto. È quindi evidente che la pratica yogica, in tutte le sue forme, è di grande beneficio per agevolare lo sviluppo dell'essere umano, ma in questo il Surya-yoga, di cui parla diffusamente il maestro Aivanhov, si dimostra superiore, rivolgendosi ad una fonte evolutiva onnicomprensiva: il Sole.



La vita sulla Terra proviene dal Sole, e questo è vero sia fisicamente che spiritualmente. Il regno vegetale grazie alla propria abilità di fotosintesi ha creato l'atmosfera, e così gli animali, che a differenza delle piante non riescono a trarre nutrimento direttamente dalla luce solare, ad ogni respiro ricavano l'energia vitale del sole contenuta nell'aria e diffusa in ogni cosa (prana). Del Sole, sulla Terra giunge anche l'informazione cosmica che costituisce il nutrimento spirituale d'elezione, noto anche come oro eterico.



I numerosi benefici psicofisici di una corretta e regolare esposizione alla luce solare sono descritti dettagliatamente nella pratica della resilienza alimentare; a questa cospicua fonte di salute naturale possiamo aggiungere il benessere spirituale del Surya-yoga, entrando in comunione con il Sole e imparando a respirare insieme all'astro nascente. È molto semplice:

  1. Davanti al Sole che sorge, siediti a terra nella posizione dell'eroe (seduti sui talloni, con le ginocchia distanti la larghezza di un pugno) o a gambe incrociate, tenendo la schiena ben diritta e le braccia rilassate appoggiate sulle cosce o in grembo.
  2. Chiudi gli occhi e osserva per qualche minuto il tuo respiro che fluisce e ti rende consapevole del legame tra cielo e terra che si rinnova attraverso il tuo corpo. L'aria del cielo, carica di particelle solari, entra nel tuo corpo, lo percorre tutto e si trasforma in nutrimento per le tue cellule. Ad un certo punto, diventerai consapevole anche dei raggi solari che ti accarezzano e penetrano dagli occhi (sempre chiusi), dalla pelle nuda e dalla sommità della testa, illuminando ogni fibra del tuo corpo e rendendolo sempre più vitale e splendente.
  3. Apri gli occhi e inspirando alza le braccia sopra la testa con i palmi rivolti verso il cielo e percepisci l'energia che scorre e fluisce liberamente. Adesso sei una colonna di luce tra cielo e terra.
  4. Espirando, abbassa le braccia, posa le mani sulle cosce con i palmi rivolti verso l'alto e rimani in ascolto.
  5. Ripeti la sequenza da 2 a 4 per 7-9 volte, rimanendo nella consapevolezza del Sole, poi sorridi e ringrazia, un nuovo giorno è cominciato.

Personalmente, consiglio vivamente di unire alle pratiche del Surya-yoga lo stiramento dei meridiani o Makko-Ho, poiché, come insegna la medicina tradizionale cinese, gli organi del nostro corpo, al pari di ogni altra cosa in natura, seguono il ritmo del Sole e svolgendo dei semplici esercizi mirati possiamo agevolarne il buon funzionamento e stimolare il libero fluire dell'energia vitale.



La pratica del Surya-yoga, che armonizza e rigenera tutti i corpi dell'essere umano, allineandoli al piano evolutivo cosmico, offre massimi benefici in riva al mare (dove ci si avvale del potere dell'asse elementale Acqua-Aria-Fuoco per sbloccare e purificare emozioni e pensieri), e su un'altura verdeggiante (dove l'asse Terra-Aria-Fuoco rafforza il corpo fisico ed equilibra la mente), ma può essere svolta in qualunque luogo all'aria aperta dal quale si possa osservare il sorgere del Sole con sufficiente tranquillità.



Quando il Sole si trova in prossimità dell'orizzonte, la Terra e con essa ogni suo abitante, è più ricettiva al prezioso oro eterico che esso emana. Per questo l'alba e il tramonto sono momenti magici e sacri, in cui camminare e praticare meditazioni e yoga per rigenerarsi profondamente e comprendere i misteri dell'universo. Un quarto di secolo di pratica costante e continuativa di Surya-yoga trasforma un uomo comune in un iniziato e, dopo quarant'anni di pratica assidua, in un vero e proprio illuminato, tale è la potenza e la grazia che ci dona il maestro solare, fulgido e silenzioso. E questa è una lezione che dovremmo sempre tenere presente: bellezza e verità si nascondono nelle cose semplici, proprio davanti ai nostri occhi.
Mariavittoria

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L'OROLOGIO DEGLI ORGANI
Vivi al ritmo della medicina tradizionale cinese

Siamo noi stessi i principali responsabili della nostra salute e della nostra felicità. Solo riallineando la nostra vita quotidiana ai nostri naturali bisogni e vivendo in maniera consapevole e in armonia con il nostro orologio interno, potremo recuperare il bioritmo naturale, uno dei principali presupposti per un'esistenza all'insegna del benessere, della salute e soprattutto della felicità.”








domenica 22 luglio 2018

La salute nel movimento


Forse l’etica è una scienza scomparsa dal mondo intero. 
Non fa niente, dovremo inventarla un’altra volta
Jorge Louis Borges

Avrai già sentito dire l'espressione “Sii sportivo”, che di solito intende esprimere un'esortazione ad essere più corretti, leali, equanimi e quindi a saper prendere di buon grado tanto una vittoria quanto una sconfitta. Infatti, onestà, rispetto ed equilibrio psichico sono i valori autentici dello sport, cui si aggiungono la forza e la padronanza del corpo fisico e un'efficace gestione dello stress mentale, ed è per questo che lo sport è considerato da millenni una pratica di sviluppo psicofisico salutare, non solo in generale, ma anche nelle scuole iniziatiche, in cui è sempre prevista una qualche forma di attività fisica, volta a rafforzare la capacità dello spirito di temprare il corpo e trasformarlo in un potente strumento di conoscenza, crescita ed espressione di sé.



Il movimento è di vitale importanza per la salute e l'equilibrio dell'essere umano e se vogliamo diventare sempre più resilienti, ovvero capaci di affrontare il cambiamento evolvendoci con gioia, lo sport dovrebbe essere una palestra per l'anima, non solo un'occasione di sfogo per il corpo, e dovrebbe allenare tutti i muscoli, cervello incluso, esercitando il buon funzionamento dell'intero apparato psicofisico. Il campo da gioco (onesta sublimazione del campo di battaglia) dovrebbe essere un terreno di confronto costruttivo con se stessi e con l'avversario, il quale in effetti è il nostro più prezioso alleato, perché ci consente di misurarci con le nostre capacità, specialmente nella gestione della manifestazione sul piano fisico della nostra forza interiore, da cui dipende non solo l'efficacia del gesto atletico ma in generale il tipo di atteggiamento e di comportamento tenuto in campo.
Una condotta sportiva e il gioco corretto (il cosiddetto fair play) sono di fatto occasioni per l'anima di esercitare le proprie doti in un ambito circoscritto (il campo, la palestra, la pista...) in cui però vengono riprodotte le stesse circostanze che dovrà affrontare in generale nelle sfide della vita, dando prova di sé e del fatto, inconfutabile a livello esoterico, che la vera forza è sempre interiore.



Gli antichi conoscevano il legame occulto tra prestazione sportiva e vita sociale, e tenevano in grande considerazione gli atleti, tanto per la loro abilità fisica esemplare quanto per la loro condotta irreprensibile. Essi sapevano che entrambi questi aspetti sarebbero stati inevitabilmente presi a modello dagli altri cittadini.
I giochi olimpici dell'Antica Grecia, l'avvenimento sportivo più noto dell'antichità classica, erano così importanti che venivano utilizzati come riferimento cronologico (un'olimpiade, tra l'altro, era il periodo di quattro anni che intercorreva tra due edizioni successive dei giochi) e durante il loro svolgimento si sospendevano guerre e conflitti. A dimostrazione del fatto che esprimere con onore e audacia i propri talenti consente di riscattarsi indipendentemente dalla propria condizione di partenza, anche le più rigide convenzioni sociali venivano accantonate in favore del riconoscimento delle doti sportive, per cui tra gli acclamati vincitori olimpici compaiono svantaggiati ed emarginati come schiavi e perfino alcune donne.



Una di queste donne la cui storia è giunta fino ad oggi è Cinisca, principessa di Sparta, che in qualità di organizzatrice e preparatrice dei cavalli vinse la più prestigiosa corsa dei carri, il tethrippon, per ben due volte e le vennero dedicate due statue olimpiche, e un tempio in suo onore in patria in cui veniva venerata come eroina. Ecco cosa questa audace e ambiziosa antesignana di tutte le atlete fece scrivere sotto una delle sue statue, erette nel tempio di Zeus a Olimpia:

[I re] di Sparta sono [mio]padre e i [miei] fratelli;
con un [carro di cavalli dai piedi veloci]
Cinisca, vittoriosa ha eretto questa statua.
Io dichiaro di essere l'unica donna in tutta la Grecia
ad aver vinto questa corona.

Il premio per la vittoria dei giochi olimpici, infatti, consisteva nel diritto di immagine, ovvero in una statua che veniva eretta nel tempio del Padre degli déi e che letteralmente consegnava l'atleta vittorioso alla gloria dell'Olimpo. Non erano previsti premi in denaro, anche se gli atleti potevano essere ingaggiati da un organizzatore (come fece Cinisca con l'auriga del suo carro), mentre chi veniva colto a truccare le competizioni o a trasgredirne le regole era sanzionato e una targa con il suo nome e la descrizione del suo reato veniva esposta in una sorta di viale del pubblico biasimo. Il messaggio per tutti i partecipanti era chiaro: prima aspira alla gloria immortale, e quando te la sarai guadagnata, fama e ricchezza seguiranno, ma se ti comporti in modo disonesto tutto il mondo lo saprà e insieme all'onore avrai perduto la reputazione.
Del resto, lo sport non dovrebbe insegnarci proprio questo? Vincere i nostri limiti, qualunque forma assumano, e imparare a esprimere la divinità nella materia. La forza e la bellezza di un gesto atletico suscitano genuina ammirazione proprio perché diventano un segno tangibile delle meravigliose potenzialità realizzabili da un'anima incarnata.



Ovviamente, a livello agonistico le conseguenze di come si affronta la sfida sportiva con se stessi e con gli altri vengono amplificate, anche per via dell'attenzione mediatica rivolta da sempre agli atleti, esposti continuamente al rischio di passare dal podio al dimenticatoio o, cosa assai peggiore, di vedersi trasformare in personaggi da rotocalco. Il comportamento più o meno valoroso e onorevole degli sportivi contemporanei è sotto gli occhi di tutti: esso riflette e talvolta esaspera le caratteristiche salienti dell'ambiente in cui operano, e chiunque sia dotato di un minimo di discernimento può trarre a riguardo le proprie conclusioni, per cui non spenderò parole per commentare il livello, ormai infimo, di gran parte delle competizioni sportive che vengono trasmesse in televisione. Siccome però questo spettacolo indecoroso e disonorevole per il genere umano viene replicato sempre più spesso anche a livello dilettantistico, vorrei concludere invitandoti a riflettere su un tema cruciale e che non a caso dà il titolo a questo articolo: il rapporto tra salute e movimento. Come ho già avuto modo di accennare e di approfondire con esercizi specifici, descritti nella pratica della resilienza alimentare, l'essere umano, come tutti i viventi, è fatto per muoversi e una vita attiva costituisce la miglior prevenzione e cura di innumerevoli disturbi della modernità, ma i suoi benefici dipendono il larga misura dal grado di consapevolezza con cui pratichiamo.



Qualsiasi attività fisica, dallo sport alle pulizie di casa, comporta il movimento di energia, questo significa non solo che contribuisce a tonificare il corpo fisico, ma che rimette in circolo e spesso amplifica le nostre emozioni, le quali al pari dei grassi, vengono smobilitati in modo che l'apparato psicofisico possa disporne meglio. Va da sé che la gestione ottimale delle energie mobilitate durante l'attività motoria è possibile solo se siamo consapevoli di cosa sta avvenendo nel nostro corpo e intenzionati a rimanere presenti ad ogni reazione psicofisica in corso, altrimenti finirà che ad esempio, andremo a correre, a piedi o in bicicletta, per “smaltire lo stress della giornata in ufficio” solo per incontrare altre persone stressate (nient'altro che specchi della nostra condizione) e scaricare su di loro l'eccesso di emozioni represse che i neurotrasmettitori, attivati dall'esercizio fisico (in particolare l'adrenalina), fanno emergere prepotentemente in noi. É evidente che il genere di sport o attività fisica “da sfogo meccanico” innesca solo circoli viziosi di sostanze dopanti, prodotte naturalmente dal corpo e in cui lo sportivo rischia di rimanere intrappolato, senza alcun beneficio durevole per la propria salute, probabilmente con l'unico risultato di aggiungere qualche altro elemento di disturbo nel proprio ambiente già sovraccarico di interferenze e squilibri. La soluzione è sempre la stessa: presenza e osservazione dei propri processi interiori e di quanto avviene all'esterno. Solo quando si acquisisce la capacità di osservarsi, quindi di essere consapevoli di ciò che sta veramente succedendo, è possibile scegliere e smettere di reagire come bestie dissennate. E non è mai troppo tardi per iniziare.



Se stai praticando sport o hai intenzione di cominciare, poniti alcune domande risveglianti:

  • Come mi sento prima di praticare? E dopo?
  • Quali emozioni sperimento? Riesco a gestirle o tendo a scaricarle sugli altri?
  • Che genere di persone incontro e cosa mi piace o mi infastidisce di loro?
  • Quali sono le caratteristiche principali dell'ambiente in cui pratico?
  • Quali valori mi trasmettono i compagni di squadra?
  • Ammiro l'allenatore/istruttore? Lo ritengo un modello di comportamento esemplare?
  • Quali risultati voglio ottenere da questa pratica?
  • Quali risultati ottengo effettivamente dopo aver praticato?

L'attività fisica, sport incluso, è un aspetto importante della nostra vita, che ci aiuta a rimanere in forma e soprattutto presiede al movimento delle emozioni dentro e fuori dal corpo, e non dovrebbe essere lasciato al caso, né relegato tra i passatempi occasionali. Gli esercizi che pratichiamo, e soprattutto l'atteggiamento e il modo con cui li svolgiamo, rispecchiano lo stato attuale della nostra energia e idealmente dovrebbero aiutarci a crescere a livello sia psicofisico che spirituale. Esercitandoti in consapevolezza puoi far emergere la parte migliore di te anche quando ti alleni o gareggi e questo inevitabilmente avrà delle ripercussioni positive sulla tua vita in generale.
Mariavittoria

PREPARA CORPO E MENTE A VINCERE LO STRESS

MANUALE DI AUTOMASSAGGIO
Ritrovare salute e vitalità con le antiche tecniche cinesi

Conosci sicuramente le strategie antistress: praticare esercizi di rilassamento, fare sport regolarmente, avere un'alimentazione equilibrata, guardare in modo relativo e positivo agli eventi della tua vita, avere un passatempo o un hobby... Quando pratichi le tecniche esposte in questo libro riunisci diverse strategie: trascorri un momento con te stesso nella calma e nella tranquillità, sviluppi emozioni positive e fai circolare l'energia nel tuo corpo. Tutte le tensioni, tutte le ansie sono messe da parte per coltivare il meglio di te stesso.”


domenica 24 giugno 2018

Obiettivi e aspirazioni dell'anima




Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare
Lucio Anneo Seneca


Nel precedente post abbiamo analizzato le chiavi per raggiungere la felicità.
Oggi prendiamo in considerazione un metodo semplice ed efficace per individuare e quindi realizzare gli obiettivi della nostra vita.




Innanzitutto, bisogna che ci mettiamo bene in mente che questo tema non va affrontato alla leggera, ma semmai con leggerezza. Occorre evitare di dare per scontato che la determinazione degli obiettivi non sia nient’altro che esplicitare i nostri desideri, magari elencando la prima cosa che ci passa per la mente. Al contrario, con questo atto volontario e consapevole, stiamo ponendo le basi per stabilire che cosa vogliamo veramente fare, e quindi che cosa esprimere del nostro essere in questa vita; si tratta di un’opera di importanza basilare, che richiede impegno, attenzione e dedizione, specialmente da parte di coloro che intendono evolvere consapevolmente. 
Bisogna che ci muniamo di pazienza, perché occorre investire del tempo e delle energie per discernere che cosa sia veramente meglio per noi e, al contempo, munirsi di entusiasmo, perché quello che stiamo facendo è un vero e proprio atto metafisico di creazione.



Cerchiamo di sistemarci comodamente in un luogo piacevole (una panchina al parco, la nostra camera immersa nella penombra alla luce di una candela, sul balcone o in giardino purificati dai raggi del sole e da una brezza leggera…), in cui nel tempo torneremo ogni volta per svolgere la nostra opera creatrice, dando alla nostra attività un ritmo, se possibile, costante. Nell’effettuare queste scelte non ci sono costrizioni, soltanto la gioiosa consapevolezza di stare consacrando una parte del tempo alla creazione consapevole di qualcosa di unico e fondamentale per il nostro mondo. 
Quando siamo immersi in questa atmosfera piacevole e rilassata, cerchiamo di fare un po’ di vuoto all’interno di noi stessi, una sorta di purificazione, soprattutto dagli influssi del bombardamento di informazioni, input e condizionamenti che costantemente subiamo. Per farlo, possiamo seguire una tecnica specifica di respirazione consapevole (ad esempio la respirazione ha o quella piko piko, spiegate e consigliate dalla resilienza alimentare), oppure semplicemente seguire per qualche minuto il flusso naturale del nostro respiro, fino a liberarci da ogni tensione corporea o pensiero importuno.



Una volta rilassati, possiamo concentrarci serenamente sul compito che ci siamo prefissati. Il primo passo fondamentale da compiere è discriminare fra ciò che ci appartiene e quello che invece ci arriva come riflesso dell’ambiente che ci circonda. Occorre cioè distinguere fra gli obiettivi che ci derivano da influenze esterne (pubblicità, istituzioni, relazioni personali, ecc.) e le aspirazioni che invece è il nostro io autentico, meglio ancora l’anima stessa, a suggerirci. Questa netta separazione può apparire banale, ma non lo è, anzi è un passo cruciale e una riflessione essenziale da compiere per emanciparsi dalle pressioni condizionanti, che altrimenti continueranno a plasmare la nostra vita a livello inconscio. Per operare questa distinzione, innanzitutto svolgiamo l’esercizio sui desideri spiegato alla fine del post precedente, cercando di non tralasciare nessun ambito (per esserne sicuri, possiamo rispondere alle domande proposte considerando ogni settore della nostra vita, ad esempio famiglia, lavoro, amici, interessi personali…), dopodiché stiliamo un elenco di tutte le attività in cui eccelliamo senza sforzo, tutto quello che spontaneamente ci viene bene. Questa lista includerà anche le qualità, i pregi, i talenti che riconosciamo essere nostri e costituirà una buona base di partenza per elaborare una direzione verso la quale muoverci.



Quando i nostri obiettivi piano piano affioreranno alla coscienza, non esaminiamo subito la loro fattibilità, anzi, questo non è affatto il nostro compito: a noi spetta di focalizzarci sull’obiettivo autentico, ovvero svelare le aspirazioni dell’anima, senza esaminare i metodi per arrivare a realizzarlo. Lasciamo che l’imponderabile, l’inammissibile e l’impossibile entrino dalla porta principale nella nostra vita e che il nostro mondo si prenda cura di come raggiungere le nostre mete. 
Potrebbe non venirci in mente niente ed essere ancora totalmente ignari della direzione da imprimere alla nostra vita: niente paura, continuiamo con tranquillità la nostra ricerca, offrendo quotidianamente alla nostra anima il maggior numero di esperienze possibili, tra quelle che più ci ispirano o anche che ci appaiono praticabili, per quanto insolite (qui vale la risposta alla domanda cruciale Perché no?), onde lei possa, una volta riconosciuto quello che fa al caso suo, indicarcelo con sicurezza. 
Un obiettivo comunque lo possiamo sempre portare avanti con sicuro beneficio: espandere il nostro benessere psicofisico e la nostra consapevolezza attraverso la pratica della resilienza alimentare e avvalersi attivamente di tutto ciò che rende degna di essere vissuta la nostra permanenza in questa dimensione.



Il lavoro di identificazione delle aspirazioni dell’anima procederà per stratificazione, aggiungendo, limando, perfezionando, rivedendo e, certo, anche sottraendo: è un movimento in divenire, in trasformazione, una forma pensiero nostra alleata che si può plasmare, preziosa e duttile come l’oro, rinfrescante e piena di vita come l’acqua, dinamica come l’aria e rigenerante per il fuoco dello spirito. 
Investiamo dunque in noi stessi, dedichiamo del tempo a trovare quello che ci sta veramente a cuore e conduce all’autentica realizzazione: quale miglior viatico per una vita piena e gioiosa, in armonia con il nostro sé più profondo e con tutto ciò che ci circonda e che inevitabilmente ci fa da specchio.
Fabrizio


RITROVA LA VIA DELLA TUA AUTENTICA REALIZZAZIONE

IL PIACERE PRIMA DI TUTTO
Come liberarsi dalle catene e ritrovare il senso dell'Esistenza

"Quando senti sorgere in te il Piacere della Potenza, allora sii come un guerriero; quando hai la possibilità di guardare al Desiderio per orientarti, sii come un sacerdote; quando la Libertà ti chiederà di essere al posto tuo, lasciale quel posto con totale reverenza, come farebbe un danzatore, non hai nulla da perdere. Questa fluidità è Vita! Se rinunci a lei e diventi rigido, non sei più vivo, ti sei lasciato intrappolare."






martedì 22 maggio 2018

Il segreto della felicità


Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono reso conto che
il mio pensiero può rendermi miserabile e malato.
Ma quando ho chiamato a raccolta le energie del mio cuore,
l'intelletto è diventato un compagno importante.
Oggi a questa unione do il nome di saggezza del cuore.
Charles Chaplin



Che cosa è veramente la felicità e soprattutto come si realizza? Mi sembra un argomento sul quale valga la pena soffermarsi e riflettere attentamente. Iniziamo considerando il contenuto di un celebre documento storico di importanza fondamentale per le sorti dell'Occidente moderno, nel quale si legge testualmente:

Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità.

Parole illuminanti e più che condivisibili contenute nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d'America (1776), grazie alle quali ancora oggi molti sanno, almeno per sentito dire, che nel Paese a stelle e strisce la ricerca della felicità è un diritto sancito dall'atto fondativo della nazione. Pochi però sono a conoscenza del fatto che questa idea originale, filantropicamente rivoluzionaria, si deve a un italiano.




Infatti, Benjamin Franklin non era convinto della prima stesura del passo sopra citato, che dietro proposta di John Locke dichiarava il diritto dell’uomo alla “proprietà”, e si rivolse al confratello partenopeo Gaetano Filangeri, il quale suggerì di sostituire quel termine così circoscritto alla ricchezza terrena con la parola “felicità”, che si prestava a interpretazioni di più ampie vedute e probabilmente di minor potenziale sovversivo, almeno nel breve periodo. Fu così che, grazie all’originalità napoletana e al pragmatismo americano, la massoneria oltreoceano risolse di trasformare quello che doveva essere una semplice dichiarazione di diritti materiali in una rivendicazione dal sapore idealista e decisamente avveniristico, in cui gli inalienabili diritti alla vita e alla libertà andavano a braccetto con l’altrettanto irrinunciabile diritto alla ricerca della felicità, senza particolari limitazioni all’interpretazione di quest’ultimo concetto innovativo.
In seguito, ci pensò il capitalismo, e ancor più la pubblicità a rinsaldare il valore dell’equazione tra ricchezza e felicità, attraverso l’induzione delle masse al consumismo più sfrenato in nome della ricerca e ostentazione di un benessere economico che surrettiziamente veniva presentato come sinonimo di benessere individuale e collettivo. Questo genere di condizionamento è talmente radicato da continuare ad agire ancora oggi, pressoché indisturbato, a livello globale, catapultando l’individuo in un baratro esistenziale di cui la crisi mondiale non può che riflettere i tratti più sinistri.



Sia chiaro: il benessere economico (inteso come la capacità di provvedere alle proprie esigenze materiali in modo adeguato e ottimale) è una conquista importante, dal momento che il soddisfacimento dei bisogni primari (nutrimento, riparo dalle intemperie, vestiario, ecc...) è una necessità imprescindibile ai fini di un’esistenza umana decente e dignitosa sulla Terra. Come ogni risorsa materiale, anche il denaro è un mezzo, uno strumento, e non la meta o l'obiettivo della propria realizzazione (su questo argomento ti consiglio di leggere il post Il denaro nel percorso spirituale, di Salvatore Brizzi).
Il punto essenziale però, riguardo alla felicità e al suo rapporto con la ricchezza, è un altro: una volta affrancati dalla mera sopravvivenza, ci si ritrova ad avere un certo potere d’acquisto che in genere determina l’appartenenza ad un gruppo o ceto sociale, anche se ad un livello molto superficiale, altrimenti se denaro e potere fossero veramente direttamente proporzionali gli uomini più influenti al mondo sarebbero automaticamente e in modo esclusivo quelli più ricchi, mentre non è sempre così, dal momento che ci sono altri tipi di potere all’opera nel mondo, come quello delle idee ad esempio di scienziati, ma anche di filosofi, artisti e letterati, e quello dell’autorevolezza dei grandi leader carismatici, che a fronte di risorse economiche piuttosto comuni riescono comunque a determinare il corso della storia. Vero è che come simile attrae il proprio simile, anche un tipo di potere tende ad attrarne altri, ma è importante non confonderli in modo arbitrario, altrimenti rischiamo di considerare il Dalai Lama e Papa Francesco alla stregua di Trump e Putin, giusto per citare delle celebrità la cui influenza nell’evoluzione umana, evidentemente non può essere identica né di pari valore.



L’occidentale medio tende a disperdere se non proprio a dissipare insensatamente il proprio potere d’acquisto, ma dopo qualche anno o decennio o vita di consumismo irresponsabile, in modo più o meno improvviso e violento si rende conto che avere di più non significa necessariamente essere più felici. E la risposta alla sua implicita domanda è proprio in questa osservazione (di per sé un’importante presa di coscienza): la felicità non è qualcosa da avere, ma da provare (essere).



Sì, ci sono esseri umani felici in ogni parte del mondo, nelle condizioni materiali e ambientali più disparate: dalla giungla amazzonica ai deserti africani, fino ai borghi europei e alle metropoli asiatiche. O sei felice o non lo sei, e se lo sei lo senti e lo riconosci negli altri, ma non dipende da quello che hai, però, in un certo senso è strettamente legato a quello che fai, perché provi felicità nella misura in cui quello che sei corrisponde a quello che fai.




La felicità è una delle quattro emozioni positive (le altre sono gioia, gratitudine e meraviglia) che nutrono l’anima e il corpo, essa illumina gli occhi e canta nei cuori di chi sta realizzando il proprio progetto di vita. Per questo è fondamentale agire, non tanto “alla ricerca della felicità” quanto in corrispondenza di ciò che ci rende felici, che non riguarda mai dei possedimenti materiali (oggetti, proprietà…) ma nemmeno delle persone. Se osservi bene, infatti, ti accorgi che quello che ti rende felice in realtà non è qualcosa o una certa persona, ma come ti fa sentire, per questo abbiamo bisogno delle persone che amiamo mentre, se per un cortocircuito dei sentimenti avviene il contrario (e ci ritroviamo ad amare le persone di cui abbiamo bisogno), la relazione diventa una dipendenza o codipendenza che rischia presto o tardi di naufragare tragicamente. Le persone che frequentiamo, e quello che facciamo, quindi non ci rendono felici, ma finiscono con il restituirci l’immagine del nostro grado di felicità. Questa, al giorno d’oggi spesso non è una scoperta molto rassicurante, ma riveste un’importanza vitale (a meno che, ovviamente, tu non preferisca una bugia confortante a una verità risvegliante) perché ci restituisce il potere della consapevolezza che alimenta il cambiamento.



Ed eccoci al punto essenziale di questo discorso: imparare a distinguere tra desideri e aspirazioni, laddove un desiderio è qualcosa che manca soprattutto alla tua personalità, mentre l’aspirazione è qualcosa che vuoi vivere (perché non hai ancora provato ad essere) dal profondo dell’anima.
È questo il segreto della felicità? Non proprio, discernere accuratamente tra desiderio e aspirazione è il principio, in senso letterale, della felicità, il segreto sta nello scoprire le aspirazioni autentiche della nostra anima, attivarci per realizzarle e lasciare che i desideri della personalità si avverino da soli. Pare che Gesù Cristo lo spiegasse esortando a cercare prima di ogni altra cosa “il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte le altre cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6, 33)



A questo punto diventa chiaro il significato metafisico di tutti gli esercizi per realizzare i desideri: non è tanto per ottenere qualcosa che se ci appartiene si realizzerà comunque, ma per conoscere meglio le nostre aspirazioni.
Infatti, realizzando un desiderio non sarai più felice di quanto sei ora, non a lungo, e poco dopo ti accorgerai di desiderare qualcos’altro perché per la personalità è del tutto naturale tendere a volere e avere di più (accumulare); se invece vivi in conformità alle tue aspirazioni, la felicità fluisce dentro e fuori di te senza limiti fisici.



Fai un elenco sincero dei tuoi desideri e chiediti:
  • Perché voglio che questo desiderio si realizzi?
  • Che cosa mi manca veramente?
  • Che cosa penso che cambierà quando avrò ottenuto quello che mi manca?
  • Come mi sentirò esattamente?
  • Che cosa posso fare per sentirmi in quel modo già adesso?

Probabilmente la risposta più rivelatrice sarà quella all’ultima di queste domande, perché immancabilmente almeno metà di quello che vuoi sentire puoi provarlo anche subito: la tua vita non è così diversa da quella che pensi di voler vivere, almeno non nelle cose che dipendono veramente da te, e tutto sommato esse sono una parte considerevole dell’esistenza, per cui hai non solo il diritto di cercare la felicità, ma soprattutto il dovere di sceglierla, giorno dopo giorno, e questo è un segreto che nel Nuovo Millennio apre porte senza precedenti.
Mariavittoria


IL SEGRETO DEL CUORE
Lo spazio interiore è quel luogo dentro di te destinato ad accogliere ciò che desideri. Ogni volta che ti permetti di sentirlo, attivi il tuo magnete facendogli attrarre con maggiore intensità l’oggetto dei tuoi desideri.”