lunedì 6 ottobre 2014

Le cinque domande significative

La vita trasmette continuamente
risposte a domande
che non abbiamo mai posto.
(Jean Josipovici)



Le cinque W sono i classici pronomi e avverbi con i quali in inglese si è soliti cominciare una frase interrogativa. Definiscono i campi di ricerca sui quali l'autore del messaggio si deve concentrare al fine di rendere il suo discorso più fluido, pregnante ed esaustivo. Sono i punti di riferimento ai quali attenersi e con i quali orientarsi per risultare efficaci ed efficienti in termini di comunicatività. Possiamo utilizzare le stesse cinque parole per porre domande davvero significative, che ci consentono di dare risposte non ordinarie e osservare la nostra vita da una prospettiva completamente diversa rispetto a quella alla quale siamo abituati. Consideriamole una per una.


1. Who (Chi)?
La risposta alla prima domanda è sempre: “io”.
Qualsiasi cosa accada, la persona della quale si sta parlando è sempre “io”.
Impariamo a non dissimulare, a non pensare erroneamente che ci sia qualcosa che non ci riguardi, che si parli di qualcun altro, perché non è così. Possiamo conoscere veramente soltanto noi stessi, anche attraverso gli altri e le realtà che proiettiamo all'esterno e che attirano la nostra attenzione. Questa è una constatazione basilare, della quale dobbiamo al più presto fare esperienza perché non basta saperlo, occorre anche verificarlo di persona nella propria vita.

2. What (Che cosa)?
La risposta alla seconda domanda è sempre: “la mia reazione”.
Le circostanze che visitano la nostra vita, arrivano per sollecitare la nostra reazione. Se questa è frutto di un riflesso condizionato, di uno schema al quale ci siamo assuefatti, di una maschera consolidata nel tempo, di un’immagine artificiosa di noi stessi che vogliamo salvaguardare a tutti i costi, avremo agito in modo passivo, reattivo e, fondamentalmente, inconsapevole. Ma c’è un’altra strada: possiamo utilizzare il libero arbitrio e scegliere scientemente di agire in modo “proattivo”. Che cosa significa questo nella pratica? Significa semplicemente (ricordiamo che semplicemente non è sinonimo di facilmente) abbandonare le classiche reazioni negative – meccaniche per chiederci cosa abbia da insegnarci quella situazione. Evidentemente quella circostanza nasconde delle parti di noi stessi che ancora non ci sono note e sulle quali dobbiamo lavorare. Noi tutti notiamo quanto “le circostanze fastidiose” tendano a ripetersi; meno frequentemente notiamo che, a tali circostanze, rispondiamo in modo “reattivo”, tendenzialmente monotono e automatico. In realtà questi avvenimenti appaiono nella nostra vita perché ne abbiamo bisogno come eventi potenzialmente rivelatori, e si ripresentano affinché vengano da noi “corretti”, o meglio interiorizzati e riconosciuti nella loro essenza di lezioni di vita.


3. When (Quando)?
La risposta alla terza domanda è sempre: “adesso”.
Pensare al domani è come tradire il presente. Pensare al passato è come uccidere il presente. Solo nel qui ed ora abbiamo tutta la forza, tutte le capacità, tutte le possibilità di vivere la nostra vita. Immedesimarsi nelle preoccupazioni, affezionarsi alle paure o perdersi nel ricordo dei “bei tempi andati”, come pure nell'anticipazione di possibili scenari, non serve a niente: siamo esseri che vivono esperienze nella materia nell’adesso.

4. Where (Dove)?
La risposta alla quarta domanda è sempre: “in me”.
Dove accadono le cose? All’esterno? Negli altri? Nel mondo? No, le cose accadono sempre dentro noi stessi. Possiamo sperimentare la verità di questa affermazione osservando che, a fronte di una stessa situazione, una persona potrà sentirsi offesa o umiliata, un’altra percepirà indifferenza, un’altra ancora apprezzerà la genuinità e spontaneità delle parole dette, tutto dipende dalla reazione soggettiva, interiore e interiorizzante, ad una stessa sollecitazione. La chiave per poter far fruttare le esperienze che attiriamo consiste nel sapere dove guardare: “in me”.

5. Why (Perché)?
La risposta alla quinta domanda è sempre: “per il mio sommo bene”.
Tutto quello che ci capita è funzionale alla nostra evoluzione, e questo indipendentemente dal fatto che ne siamo coscienti o meno. Quale enorme vantaggio per noi essere consapevoli che le fluttuazioni negli eventi della vita, in precedenza attribuite ai capricci del fato, sono in realtà precisi messaggi che l’universo ci manda per spronarci a migliorare noi stessi e che arrivano a noi per il nostro esclusivo beneficio. Grazie a questa consapevolezza, abbiamo un enorme spazio di manovra per riuscire a dipanare i fili sottili degli eventi che un tempo sembravano inestricabilmente incomprensibili.


Adesso ti propongo di prenderti qualche minuto per porti queste cinque domande e riflettere sulle risposte. Non è un esercizio da svolgere in astratto, va applicato alla tua vita, agli avvenimenti che incontri nella tua esistenza.
Prova a prendere questa risoluzione oggi stesso, non domani, adesso, non fra un’ora. Perché adesso è il momento. E poi, se vuoi, condividi la tua esperienza scrivendola nei commenti a questo post.

Fabrizio








lunedì 22 settembre 2014

Il Sole: alla luce dell'evoluzione

Danzano nella luce e contemporaneamente vivono sulla Terra.
Rappresentano il prossimo livello da raggiungere per l'umanità,
nel quale la completa libertà somiglia alla causa ed al risultato
del nuovo apporto di energia solare sulla Terra.
(Aleister Crowley)


Il Sole è la stella di riferimento per il pianeta Terra. Grazie ai raggi di questo corpo celeste percepiamo tutto lo spettro del visibile e riceviamo calore e nutrimento come gran parte delle altre creature viventi. L'influsso benevolo del Sole, fondamentale per la vita, è talmente evidente che chiunque, osservando l'astro splendente raffigurato nel Diciannovesimo Arcano dei Tarocchi, capirà subito di trovarsi davanti ad una Carta dal significato estremamente positivo e rassicurante.
Nonostante il fitto avvicendarsi di artisti e studiosi che si sono dedicati alla creazione di mazzi di Tarocchi anche molto diversi tra loro, l'iconografia di questo Arcano Maggiore sembra essere rimasta sostanzialmente invariata nei secoli: da tempi immemori il volto raggiante dell'astro illumina a giorno un paesaggio idilliaco, dove danzano due giovinetti dall'aria gaia e spensierata, sovente un bambino e una bambina molto simili, drappeggiati di rosso e blu, a simboleggiare l'innocente e felice unione di maschile e femminile sotto i radiosi auspici della divinità solare. 


A volte, invece di questa classica raffigurazione dei Gemelli, significativamente il segno zodiacale associato alla giovinezza e all'estate imminente, vi è una sola persona a beneficiare dei raggi dell'astro diurno, come nel caso dell'Arcano Diciannovesimo raffigurato nei Tarocchi Rider-Wite., nel quale un bambino in groppa ad un cavallo bianco spalanca le braccia, sorridente; non mancano elementi decorativi che simbolicamente rinforzano l'intento celebrativo dell'astro solare, come i girasoli, emblema della vita che si orienta secondo la volontà e i cicli del fulgido luminare diurno.


Nel complesso l'immagine scelta per rappresentare questa Carta appare sempre trasmettere serenità e allegria, anche se ad uno sguardo attento non sfuggirà la presenza costante di un elemento insolito: un muro di mattoni che sembra costituire una sorta di recinzione dello spazio in cui si svolge la scena in primo piano e rievocare così l'idillio appartato del Giardino di Eden, insieme al suo messaggio intrinseco: tutto è bene e risplende di spensierata innocenza fintanto che si rimane entro i confini del proprio piccolo mondo, sovente tracciati da un'autorità superiore. L'Arcano quindi sembra assicurare felicità, prosperità e sicurezza, ma a certe precise condizioni.
A rompere questa tradizionale visione del Sole custode e guardiano dei propri protetti pensò Aleister Crowley, riconfermando anche con questa Carta la volontà di differenziare nettamente il suo mazzo di Tarocchi dall'iconografia usuale. Nell'immagine ideata per lui da Lady Frieda Harris l'astro non compare più antropomorfizzato, bensì come una ruota splendente di energia che estende i suoi raggi a tutto il paesaggio, compresa l'intera fascia arcobaleno dello Zodiaco, nel quale appaiono ingranditi i segni estivi di Gemelli, Cancro e Leone, e la verde collina in cima alla quale scorgiamo una cinta muraria dalla quale però i due protagonisti dell'immagine, giovani dotati di ali di farfalla, sono ormai ben lungi nel loro incedere festoso ed esultante.


Ecco quindi un'immagine che esprime il compimento della metamorfosi umana in un essere libero e leggiadro, come una farfalla di luce non più trattenuta dal bozzolo delle forme e convenzioni limitanti. Molto altro si potrebbe narrare riguardo alla simbologia utilizzata in questa particolarissima raffigurazione del Diciannovesimo Arcano, tuttavia oggi ti invito a lasciare che il suo potere evocativo agisca direttamente su di te tramite una semplice visualizzazione guidata:

  1. Siediti comodamente, in posizione rilassata e con la schiena ben diritta, davanti all'immagine della Carta.
  2. Segui il corso naturale del tuo respiro per entrare in uno stato di rilassamento fisico e di pace interiore.
  3. Concentra l'attenzione sulla Carta, cercando di individuarne con precisione tutti i dettagli visibili, lascia scivolare via ogni eventuale pensiero che giunge alla tua mente.
  4. Focalizzati ora sul sole rotante nella parte alta della Carta.
  5. Immagina che dal centro esatto di questa ruota energetica un raggio luminoso si diparta e vada ad irradiare i tuoi occhi, inondandoli di luce benefica, per poi scendere fino al tuo ombelico ed estendersi in tutta la zona del tuo addome.
  6. Gradualmente, porta l'attenzione al plesso solare, visualizzandolo pervaso dalla luce benefica che da lì si irradia a tutto il tuo corpo.
  7. Concediti tutto il tempo necessario per percepire i benefici di questo raggio luminoso che unisce la consapevolezza solare universale al tuo plesso solare.
  8. Ripeti questa visualizzazione tre volte, anche in momenti diversi della giornata, terminandola ogni volta con un ringraziamento in direzione del Sole fisico che splende nel cielo del pianeta Terra.   
Mariavittoria



lunedì 8 settembre 2014

La Temperanza: equilibrio e alchimia degli opposti

I tarocchi sono una macchina filosofica,
che evita alla mente di divagare, 
pur lasciandole iniziativa e libertà; 
si tratta di matematica applicata all’assoluto, 
l’unione di ciò che è logico con ciò che è ideale, 
come una combinazione di pensieri esatti tanto quanto i numeri, 
forse la concezione più semplice e più grande del genio umano.
(Eliphas Levi)


I Tarocchi sono una continua fonte di ispirazione per il cercatore che si avvia alla scoperta del sentiero dell'anima. In questo post offriamo una panoramica di ciò che simboleggia l’Arcano XIV in relazione all'iconografia presentata da due distinti mazzi di Tarocchi: quello ideato da Oswald Wirth e le Lame dei Templari.


Nel mazzo di Tarocchi di Wirth, l’Arcano XIV, la Temperanza, è rappresentato da una figura angelica, con un disco solare fra i capelli, che mesce dell’acqua, travasandola da una brocca d’argento ad una d’oro. Questo personaggio sembra la personificazione della massima di Orazio in medio stat virtus, in quanto cerca di trovare un equilibrio fra due qualità opposte simboleggiate dai liquidi e dalle loro posizioni (una brocca è posta in alto e l’altra in basso, a formare una contrapposizione in diagonale). Che questo equilibrio sia fragile ce lo suggerisce anche il punto all’interno della sequenza dei Tarocchi nel quale si trova la Carta: al quattordicesimo posto, subito dopo la Morte (13) e prima del Diavolo (15), vale a dire tra due demoni. Per di più, la posizione della Temperanza (14) numerolgicamente si colloca nel secondo ciclo del numero 4, dove certo è ancora presente una componente di autoaffermazione tipica dell’Imperatore (4), ma questa volta si è completamente immersi nel karma che rende il lavoro dell’angelica figura particolarmente precario. La Temperanza presta dunque la massima attenzione e la dovuta concentrazione nello sforzarsi di miscelare perfettamente i due liquidi, consapevole dell’importanza del compito che sta portando a termine.



Notiamo ora il nome con il quale il Quattordicesimo Arcano è stato designato nel mazzo di Lame dei Templari: il Genio o l’Androgino-alchemico, che ben sintetizza l'immagine della Carta. Troviamo infatti rappresentata una figura antropomorfa nuda, la cui parte superiore sinistra è di aspetto femminile, mentre la destra, ha caratteristiche maschili. Entrambe si uniscono all’altezza del bacino. L’insieme è armonioso e vivido: i due volti irradiano bellezza, consapevoli dell'avvenuta felice unione dell’elemento maschile con quello femminile. L’ermafrodito è asessuato pur nella sua gioiosa sensualità. Il suo lato di donna regge un alambicco dal luccichio dorato dal quale scorre un liquido dall'aspetto prezioso che viene versato e raccolto in un alambicco argenteo sostenuto dall’uomo. Questa simbologia allude all’elisir di lunga vita, la cui realizzazione richiede una lunga ed accurata preparazione. Il lavoro che viene richiesto per giungere a tale esito è una meticolosa ricerca interiore che, attraverso la fucina alchemica, produce la trasmutazione degli elementi vili della personalità in preziosi frutti luminosi. A questo risultato si perviene attraverso la sublimazione delle energie femminili e maschili, onde ottenere un equilibrio che è fusione, condivisione, superamento del dualismo. Tale equilibrio è il risultato di elementi complementari che tendono all’unità, di cammini contrapposti che si uniscono, di punti di vista differenti che insieme giungono a maturazione, di tesi ed antitesi che producono la sintesi, della matematica dello spirito in cui 1+1=3. 



Se da un lato la prima rappresentazione dell’arcano XIV enfatizza il raggiungimento dell’equilibrio come pratica non priva di intrinseche incertezze, frutto di una ricerca che è mediazione fra forze centrifughe e centripete altrimenti incontrollabili, il Genio, o Androgino-alchemico, arriva all'equilibrio sottolineando l’aspetto dualistico della realtà ed il suo superamento attraverso il processo alchemico. Due iconografie distinte, un unico modo di relazionarsi con gli archetipi universali che, veicolati dalla tradizione sapienziale trasmessa nel corso dei secoli, continuano a parlarci con colori, forme, simboli e sembianze direttamente in comunicazione con i livelli profondi del Sé.
Fabrizio





lunedì 18 agosto 2014

L'attitudine alla luce

C’è una luce e non svanisce mai.
Steven Patrick Morrissey



C’è una terra di nessuno che chiunque intraprenda il cammino spirituale si trova a dover affrontare.
È un luogo nel quale, pur se sostenuti dai più alti ideali, dai più elevati obiettivi, il terreno si mantiene viscido, viscoso e pieno di insidie. Si tratta del proverbiale mare che scorre “tra il dire e il fare”. Qui affondano i nostri sforzi, non sotto i colpi di epocali minacce o di pericolosi mostri, ma sotto il fuoco incrociato dell’inerzia e della pigrizia. 


Perché questo accade? Non siamo forse fortemente motivati ed intenzionati a volgere i nostri passi verso la luce? Non abbiamo forse la fermezza necessaria a superare ogni ostacolo? Eppure troppo spesso, nonostante ottime premesse, all'intenzione di incamminarsi sulla retta via non segue nessuna azione effettiva. Diciamo di volerci perfezionare, magari siamo perfino convinti di volerlo, ma nei fatti nulla è cambiato. Il problema ha a che fare con la variazione di luce all’interno della nostra esistenza. Un momento siamo determinati, pieni di iniziativa e centrati, il momento successivo perdiamo il nostro slancio e sprofondiamo nell'inconsapevolezzaIl procedere verso la luce richiede energia e spesso le distrazioni della realtà materiale nella quale ci affaccendiamo e le fluttuazioni del pensiero assorbono la totalità dei nostri sforzi. Ecco che in queste crepe d'inerzia, allargate ad arte dalla nostra personalità, che tenta con tutti i mezzi di garantire l’esistenza e la prosperità dell’ego in una zona di comfort refrattaria a qualsiasi cambiamento, si insinua il rischio di abbandonare la ricerca della luce. Non dobbiamo quindi sorprenderci se scopriamo di indugiare verso la pigrizia e di indietreggiare verso stati vibrazionali più bassi. Dove non c'è dinamismo l’inerzia è in agguato e ci trascina nella sua pania con un processo lento, inesorabile e, per lo più, inconsapevole. La pigrizia, e il progressivo incedere verso l’inerzia, sono figli di un processo degenerativo “normalizzante” che ci depone in basso, come elettroni che hanno vibrato su orbitali energetici più elevati e che ora ritornano a disporsi su traiettorie più interne con un minor quantitativo intrinseco di energia.


Per prevenire questi spiacevoli inconvenienti il nostro obbiettivo consiste nel mantenere costante il livello di energia che possiamo utilmente impiegare nel Lavoro. Un tentativo estemporaneo e magari improvvisato di dirigersi verso la luce non è in grado di garantirci uno stabile e univoco flusso di energia per il Lavoro. L’energia impiegata non è sufficiente a mantenere uniforme il processo nel corso del tempo. Se invece permeiamo l’esistenza di grandi slanci e di piccoli sforzi costanti e moltiplichiamo le decisioni che confermano nella pratica la volontà di incamminarci verso la luce, otterremo di poter beneficiare di un quantitativo di energia via via crescente. Da un lato infatti diminuiranno i dispendi energetici superflui in virtù di un uso più consapevole dell’energia, dall’altro più luce genera più energia che a sua volta potrà generare maggiore luce in una spirale virtuosa tutta a nostro vantaggio. E se torna a vantaggio del nostro Sé autentico, sarà anche a maggior gloria della Luce. L’afflato verso ciò che è luce e armonia, la capacità di discernere e sostituire abitudini deleterie a prassi elevanti nel tentativo di riprodurre archetipi divini sono motori importanti che possono guidare le nostre azioni, per consentirci di disporre al meglio della nostra energia. E della nostra vita.
Fabrizio

lunedì 4 agosto 2014

Sogni e bisogni



I sogni son desideri di felicità
nel sogno non hai pensieri
esprimi con sincerità...
(Cenerentola, Walt Disney)


Da bravo massone d'altri tempi, Walt Disney si curava alacremente di trasmettere le conoscenze acquisite, scegliendo le modalità più adatte alla loro diffusione al pubblico, nel tentativo di illuminare le coscienze o quantomeno di educarle sin dalla più tenera età. Gran parte dei suoi capolavori sono nati sulla base di questo spirito filantropico, che rappresenta il filo conduttore di tutta la tradizione sapienziale, poiché da sempre l'Uomo si occupa di ricordare all'uomo di Sé. Infatti, le fiabe sono tutte riconducibili alla rappresentazione di aspetti di quella narrazione che da tempi immemori cerca di raccontare, attraverso il linguaggio del mito, la storia più importante per l'umanità: il viaggio dell'anima nei mondi tra visibile e invisibile.




Anche i Classici Disney possono essere letti come rivisitazioni moderne di questo archetipo. In particolare, Cenerentola sviluppa il tema dei desideri e della loro realizzazione. Immedesimarsi nella vicenda è piuttosto facile: in un mondo fatto di vacue e meschine apparenze a tutti può capitare di sentirsi un po' delle cenerentole, relegate in un cantuccio polveroso nonostante la buona volontà e i meriti intrinseci. La reazione della nostra eroina è di per sé illuminante: Cenerentola non si lascia scoraggiare dalle circostanze avverse, non serba rancore nei confronti delle persone che la trattano “ingiustamente” e canta.




Cantare di per sé contribuisce a mantenere un elevato livello di energia interiore, indispensabile per allontanare il malanimo che ormai nell'uomo inconsapevole costituisce una risposta fisiologica alla frustrazione ma risulta totalmente controproducente rispetto a qualsiasi tentativo di manifestazione positiva. Vale quindi il detto canta che ti passa perché il bel canto solleva gli animi. Inoltre, le parole originali di questa canzoncina iniziatica sono ricche di indicazioni illuminanti e vale la pena leggerne la versione integrale, che inizia così:



 A dream is a wish your heart makes      Un sogno è un desiderio espresso dal tuo cuore


when you're fast asleep                          quando sei quasi addormentato

in dreams you will lose your heartaches  nei sogni smarrisci i tuoi patemi

whatever you wish for you keep            qualsiasi cosa desideri continua

have faith in your dreams and someday  ad aver fede nei tuoi sogni e un giorno

your rainbow will come smiling through  il tuo arcobaleno giungerà a sorridere

no matter how your heart is grieving      non importa quanto il tuo cuore sia dolente

if you keep on believing                        se continuerai a credere

the dream that you wish will come true. il sogno che desideri si avvererà.


La fede è l'elemento fondamentale della realizzazione: perché si avveri, bisogna credere nel proprio sogno, cioè avere la certezza senza alcuna prova tangibile che esso diverrà realtà. I sogni che hanno il potenziale per realizzarsi sono quelli del cuore, vale a dire quei desideri che suscitano emozioni e non sono soltanto vagheggiati dalla mente. Sognare quindi è un'espressione del cuore, dimora dell'anima e in questo senso diventa un bisogno fondamentale dell'essere. Il testo della canzone originale infatti precisa When you can dream you can start, “se sai sognare puoi iniziare”...Iniziare cosa? Naturalmente, iniziare a vivere il tuo sogno! L'unica differenza tra un obiettivo e un sogno riguarda il tempo: qual'è infatti la differenza sostanziale tra dire "Vorrei fare una bella vacanza al mare" e "Ad agosto vorrei fare una bella vacanza al mare" se non la dimensione temporale, che dà maggiore concretezza e impellenza di realizzazione alla seconda frase? Semplificando si potrebbe dire che un obiettivo non è nulla più di un sogno con una scadenza. Non a caso nel film è proprio il rintocco di un orologio ad interrompere la reverie di Cenerentola: il sogno vive in una dimensione intangibile ed elevata, dove va alimentato con la propria fede ed è quest'ultima a dare la giusta motivazione per passare all'azione, per trasformare cioè il sogno in un obiettivo, definendo i passi concreti della realizzazione da attuare con i tempi e le modalità appropriate. Il tempo ci ricorda che viviamo nell'Universo dell'Azione: nessun Lavoro, nessuna realizzazione.
Esistono differenze essenziali tra bisogni, desideri e sogni, che possiamo intendere come diverse gradazioni o espressioni su ottave diverse della stessa realtà ontologica: l'essere umano tende ad agire per colmare il senso di mancanza che avverte a vari livelli (fisico, intellettivo, affettivo, spirituale...). A ciascuno spetta trasmutare questa tendenza da uno sterile stato reattivo di insoddisfazione cronica, sul quale ha presa ogni genere di sistema schiavizzante (dal consumismo alla manipolazione mentale) ad una condizione proattiva di aspirazione alla maestria dell'autoperfezionamento. Poiché è sempre possibile migliorarsi, la volontà di perfezionamento, promossa con gioia e amore per la conoscenza di Sé, innesca una spirale ascendente di evoluzione virtualmente infinita, nella quale la sfida più avvincente e senza fine è osare essere se stessi. L'arte di essere appartiene naturalmente all'anima, che attraverso il sogno esprime oggi quel che potremo essere domani. E così, dalla forza dei tuoi sogni, puoi misurare l'ampiezza del tuo futuro.
Mariavittoria


lunedì 14 luglio 2014

Mondi a contatto

Ciò che vediamo
non è ciò che vediamo
ma ciò che siamo.
Fernando Pessoa


Le interconnessioni fra il mondo interiore ed il mondo della materia sono così intrecciate da essere quasi inestricabili. Possiamo visualizzare i due mondi uniti da un canale attraverso il quale essi comunicano. All'interno di questo canale c’è un punto in cui lo spirito cessa di essere tale e si trasforma in materia. Questo punto in cui lo spirito sfiora la materia è la pietra filosofale che tutti cercano, è lo spazio sacro della creazione.
Il canale è percorribile in entrambi i sensi.  
Dal mondo fisico è possibile percorrere il canale per spostarci al di là del velo e raggiungere un luogo nel quale contattare le nostre guide ed i nostri Maestri ed accorgerci di quanto il piccolo io che pensavamo di essere sia, in realtà, infinitamente più ampio. In questa dimensione si possono e si devono fare domande che riguardano il mondo della materia. La nostra missione consiste nel portare indietro la saggezza che acquisiamo in questi “viaggi” per potercene avvalere nella densità della dimensione nella quale viviamo.
Occorre dunque intraprendere frequenti “viaggi”: non è auspicabile vivere solo nel mondo fisico trascurando i mondi sottili; specularmente non è sensato rifugiarsi nella dimensione spirituale rimanendo avulsi dalla materia in cui ci si ritrova comunque incarnati. Nello scambio, nel movimento, nello spostamento delle prospettive, nella correlazione fra i due mondi, consiste l’opportunità che sta a noi cogliere.




Un modo pratico per utilizzare il canale tra visibile e invisibile è quello di servirsi di un’attività fisica per lavorare anche sul piano spirituale. In precedenza abbiamo già introdotto alcuni esempi di connessione tra Mondo interiore e mondo esterno, e continueremo a fornire Spunti di meditazione tradizionali e alternativi, perché la pratica è esperienza, e l'esperienza è conoscenza, anche spirituale. Oggi consideriamo i benefici dell'adottare uno stato meditativo durante lo svolgimento di un'attività molto diffusa e amata: il giardinaggio. 
Chiunque abbia a disposizione un giardino, un orto o anche solo delle piante in vaso da coltivare, potrà provare subito a fare esperienza di questo semplice esercizio di presenza e connessione, ovvero di un altro modo per inserire la meditazione nella propria quotidianità.
Il fastidioso e tedioso compito di pulire il giardino o i vasi dalle erbacce, può trasformarsi in un produttivo lavoro interiore. Invece di sprecare energia a lottare contro i rovi o le erbe più tenaci, concentriamoci su questo pensiero: 

“In questo momento, io sto mondando il terreno interiore da tutti i pensieri infestanti, da tutti gli schemi dannosi che si sono radicati dentro di me, da tutte le abitudini nocive che hanno trovato terreno fertile nel mio essere, da tutta la negatività che si è innestata nelle mie cellule”.

Anche l’atteggiamento interiore è molto importante: non serve accanirsi con furia sulle malcapitate piante infestanti sradicandole con violenza dal terreno; occorre piuttosto concentrarsi sulla sensazione di liberazione che il gesto armonioso e amorevole di mondare la terra produce al nostro interno.




Il contatto con l’elemento Terra radica ed espande le nostre sensazioni e può essere saggiamente utilizzato per amplificare il risultato e per porci sulla giusta lunghezza d’onda per ottenere frutti, sia concreti che metafisici, più succosi e belli.
Come in alto così in basso, come fuori, così dentro.
Come per qualsiasi lavoro di pulizia, una volta sgombrato il terreno da tutte le piante indesiderate, il nostro compito non è terminato. Occorre mantenere il terreno nelle migliori condizioni, nutrendolo e curandolo con pazienza ed amore affinché non proliferino nuovamente erbacce e gramigna. Un lavoro costante e consapevole è lo strumento principale per mantenere la connessione fra mondo fisico e spirituale sempre aperta e priva di interferenze e per cogliere le ricchezze che i due mondi, costantemente, ci forniscono.
Fabrizio








lunedì 7 luglio 2014

Il rigore e la grazia

La grazia è bellezza in movimento.
Gotthold Ephraim Lessing


La Cabbalà, nella sua infinita saggezza, offre numerosi spunti di riflessione.
Prendiamo in considerazione l’Albero della Vita, diviso simbolicamente in tre distinti pilastri: Jachin, il pilastro destro della grazia e della misericordia, Boaz, il pilastro sinistro del rigore e della giustizia, e il pilastro centrale dell’equilibrio e dell’armonia. Chi entra maggiormente in risonanza con il pilastro sinistro, tenderà ad avere una visione più rigorosa dell’esistenza, legata ad una corrispondenza diretta fra sforzi e risultati, in un’eterna ghirlanda di cause ed effetti che manifestano delle conseguenze secondo il criterio simboleggiato dalla personificazione della giustizia, una figura femminile coronata che impugna la spada in una mano e regge una bilancia nell’altra, come si evince dall’iconografia più diffusa dell’ottavo Arcano dei Tarocchi.


Chi invece sente maggiore affinità con il pilastro della grazia, tenderà ad accordarsi all’etica della fede, consapevole che l’universo provvederà benevolmente ad ogni suo bisogno. A prima vista, queste due prospettive sembrano inconciliabili; in realtà, quando desideriamo che nella nostra vita avvenga un miglioramento, dobbiamo non solo muoverci attivamente affinché non rimanga nulla di intentato che possa favorire la manifestazione, come è noto a quanti utilizzano la volontà e il rigore come strumenti primari di crescita, ma anche sviluppare la predisposizione necessaria a ricevere, aprendosi alla capacità di attendere con fiducia e fede di assaporare gli imperscrutabili frutti della provvidenza. Naturalmente, si tratta di un processo di integrazione semplice ma tutt’altro che facile e spesso, lungo il percorso, può accadere di diventare i peggiori nemici di se stessi, specialmente quando correnti subconsce, a noi per lo più ignote ma dotate di una forza attrattiva straordinaria, si nutrono degli schemi consolidati dalla nostra personalità e inaspettatamente lavorano contro di noi. Supponiamo ad esempio che io desideri ardentemente ottenere una promozione sul lavoro. A tal fine, mi ispirerò con diligenza al pilastro del rigore, mantenendo alacremente un costante atteggiamento proattivo e professionale. Farò quindi il mio dovere e anche di più. I primi problemi sorgeranno quando verrà il momento di affidarsi al pilastro della grazia, cioé proprio in concomitanza al momento della promozione: inizierò a pensare che non ricevo nessun riconoscimento da ben sette anni, mentre tutti i miei colleghi hanno già ottenuto qualcosa. Così, tra una lamentela e un giudizio, comincerò ad affezionarmi all’idea precostituita di essere una persona di valore costretta a subire una grande ingiustizia. Mi baloccherò con l’immagine di me alla quale ero abituato riferirmi e senza neanche rendermene conto darò ad essa la mia energia, rafforzando questo schema a discapito del mio desiderio originale. A questo punto, dovrei chiedermi se voglia veramente la promozione o preferisca continuare il mio compiaciuto teatrino personale di autovittimismo e frustrazione programmata. Pensate, infatti, che prevalga il pensiero migliorativo concepito razionalmente (ottenere una promozione) o il movimento sotterraneo di resistenza al cambiamento che il nostro inconscio ci comunica, facendo sorgere ogni sorta di dubbi e recriminazioni?


Questo semplice esempio ci fa comprendere che occorre valutare a fondo la sincerita di ciò che desideriamo per noi stessi ed essere altrettanto abili ad accorgerci se si innestano in noi schemi che anziché promuovere la nostra crescita ci danneggiano. Come fare quindi, per evitare di voler costruire una tela che gran parte di noi stessi tenderà a disconoscere, lavorando nell’ombra per disfarla? 
Imparare a bilanciare le modalità con le quali agiamo, orientandoci verso i principi del pilastro dell’equilibrio, è un modo molto pratico per trasformare la nostra vita senza incorrere negli inconvenienti dell’autosabotaggio. In questo processo di riequilibrio, ciascuno è chiamato a sviluppare ciò in cui è ancora deficitario. Pertanto, le indicazioni più utili lungo il percorso non sono tanto i nostri punti di forza, quanto le nostre lacune, che ci mostrano la strada da seguire. Sono loro le nostre lanterne più luminose sulla via delle potenzialità.