lunedì 18 agosto 2014

L'attitudine alla luce

C’è una luce e non svanisce mai.
Steven Patrick Morrissey



C’è una terra di nessuno che chiunque intraprenda il cammino spirituale si trova a dover affrontare.
È un luogo nel quale, pur se sostenuti dai più alti ideali, dai più elevati obiettivi, il terreno si mantiene viscido, viscoso e pieno di insidie. Si tratta del proverbiale mare che scorre “tra il dire e il fare”. Qui affondano i nostri sforzi, non sotto i colpi di epocali minacce o di pericolosi mostri, ma sotto il fuoco incrociato dell’inerzia e della pigrizia. 


Perché questo accade? Non siamo forse fortemente motivati ed intenzionati a volgere i nostri passi verso la luce? Non abbiamo forse la fermezza necessaria a superare ogni ostacolo? Eppure troppo spesso, nonostante ottime premesse, all'intenzione di incamminarsi sulla retta via non segue nessuna azione effettiva. Diciamo di volerci perfezionare, magari siamo perfino convinti di volerlo, ma nei fatti nulla è cambiato. Il problema ha a che fare con la variazione di luce all’interno della nostra esistenza. Un momento siamo determinati, pieni di iniziativa e centrati, il momento successivo perdiamo il nostro slancio e sprofondiamo nell'inconsapevolezzaIl procedere verso la luce richiede energia e spesso le distrazioni della realtà materiale nella quale ci affaccendiamo e le fluttuazioni del pensiero assorbono la totalità dei nostri sforzi. Ecco che in queste crepe d'inerzia, allargate ad arte dalla nostra personalità, che tenta con tutti i mezzi di garantire l’esistenza e la prosperità dell’ego in una zona di comfort refrattaria a qualsiasi cambiamento, si insinua il rischio di abbandonare la ricerca della luce. Non dobbiamo quindi sorprenderci se scopriamo di indugiare verso la pigrizia e di indietreggiare verso stati vibrazionali più bassi. Dove non c'è dinamismo l’inerzia è in agguato e ci trascina nella sua pania con un processo lento, inesorabile e, per lo più, inconsapevole. La pigrizia, e il progressivo incedere verso l’inerzia, sono figli di un processo degenerativo “normalizzante” che ci depone in basso, come elettroni che hanno vibrato su orbitali energetici più elevati e che ora ritornano a disporsi su traiettorie più interne con un minor quantitativo intrinseco di energia.


Per prevenire questi spiacevoli inconvenienti il nostro obbiettivo consiste nel mantenere costante il livello di energia che possiamo utilmente impiegare nel Lavoro. Un tentativo estemporaneo e magari improvvisato di dirigersi verso la luce non è in grado di garantirci uno stabile e univoco flusso di energia per il Lavoro. L’energia impiegata non è sufficiente a mantenere uniforme il processo nel corso del tempo. Se invece permeiamo l’esistenza di grandi slanci e di piccoli sforzi costanti e moltiplichiamo le decisioni che confermano nella pratica la volontà di incamminarci verso la luce, otterremo di poter beneficiare di un quantitativo di energia via via crescente. Da un lato infatti diminuiranno i dispendi energetici superflui in virtù di un uso più consapevole dell’energia, dall’altro più luce genera più energia che a sua volta potrà generare maggiore luce in una spirale virtuosa tutta a nostro vantaggio. E se torna a vantaggio del nostro Sé autentico, sarà anche a maggior gloria della Luce. L’afflato verso ciò che è luce e armonia, la capacità di discernere e sostituire abitudini deleterie a prassi elevanti nel tentativo di riprodurre archetipi divini sono motori importanti che possono guidare le nostre azioni, per consentirci di disporre al meglio della nostra energia. E della nostra vita.
Fabrizio

lunedì 4 agosto 2014

Sogni e bisogni



I sogni son desideri di felicità
nel sogno non hai pensieri
esprimi con sincerità...
(Cenerentola, Walt Disney)


Da bravo massone d'altri tempi, Walt Disney si curava alacremente di trasmettere le conoscenze acquisite, scegliendo le modalità più adatte alla loro diffusione al pubblico, nel tentativo di illuminare le coscienze o quantomeno di educarle sin dalla più tenera età. Gran parte dei suoi capolavori sono nati sulla base di questo spirito filantropico, che rappresenta il filo conduttore di tutta la tradizione sapienziale, poiché da sempre l'Uomo si occupa di ricordare all'uomo di Sé. Infatti, le fiabe sono tutte riconducibili alla rappresentazione di aspetti di quella narrazione che da tempi immemori cerca di raccontare, attraverso il linguaggio del mito, la storia più importante per l'umanità: il viaggio dell'anima nei mondi tra visibile e invisibile.




Anche i Classici Disney possono essere letti come rivisitazioni moderne di questo archetipo. In particolare, Cenerentola sviluppa il tema dei desideri e della loro realizzazione. Immedesimarsi nella vicenda è piuttosto facile: in un mondo fatto di vacue e meschine apparenze a tutti può capitare di sentirsi un po' delle cenerentole, relegate in un cantuccio polveroso nonostante la buona volontà e i meriti intrinseci. La reazione della nostra eroina è di per sé illuminante: Cenerentola non si lascia scoraggiare dalle circostanze avverse, non serba rancore nei confronti delle persone che la trattano “ingiustamente” e canta.




Cantare di per sé contribuisce a mantenere un elevato livello di energia interiore, indispensabile per allontanare il malanimo che ormai nell'uomo inconsapevole costituisce una risposta fisiologica alla frustrazione ma risulta totalmente controproducente rispetto a qualsiasi tentativo di manifestazione positiva. Vale quindi il detto canta che ti passa perché il bel canto solleva gli animi. Inoltre, le parole originali di questa canzoncina iniziatica sono ricche di indicazioni illuminanti e vale la pena leggerne la versione integrale, che inizia così:



 A dream is a wish your heart makes      Un sogno è un desiderio espresso dal tuo cuore


when you're fast asleep                          quando sei quasi addormentato

in dreams you will lose your heartaches  nei sogni smarrisci i tuoi patemi

whatever you wish for you keep            qualsiasi cosa desideri continua

have faith in your dreams and someday  ad aver fede nei tuoi sogni e un giorno

your rainbow will come smiling through  il tuo arcobaleno giungerà a sorridere

no matter how your heart is grieving      non importa quanto il tuo cuore sia dolente

if you keep on believing                        se continuerai a credere

the dream that you wish will come true. il sogno che desideri si avvererà.


La fede è l'elemento fondamentale della realizzazione: perché si avveri, bisogna credere nel proprio sogno, cioè avere la certezza senza alcuna prova tangibile che esso diverrà realtà. I sogni che hanno il potenziale per realizzarsi sono quelli del cuore, vale a dire quei desideri che suscitano emozioni e non sono soltanto vagheggiati dalla mente. Sognare quindi è un'espressione del cuore, dimora dell'anima e in questo senso diventa un bisogno fondamentale dell'essere. Il testo della canzone originale infatti precisa When you can dream you can start, “se sai sognare puoi iniziare”...Iniziare cosa? Naturalmente, iniziare a vivere il tuo sogno! L'unica differenza tra un obiettivo e un sogno riguarda il tempo: qual'è infatti la differenza sostanziale tra dire "Vorrei fare una bella vacanza al mare" e "Ad agosto vorrei fare una bella vacanza al mare" se non la dimensione temporale, che dà maggiore concretezza e impellenza di realizzazione alla seconda frase? Semplificando si potrebbe dire che un obiettivo non è nulla più di un sogno con una scadenza. Non a caso nel film è proprio il rintocco di un orologio ad interrompere la reverie di Cenerentola: il sogno vive in una dimensione intangibile ed elevata, dove va alimentato con la propria fede ed è quest'ultima a dare la giusta motivazione per passare all'azione, per trasformare cioè il sogno in un obiettivo, definendo i passi concreti della realizzazione da attuare con i tempi e le modalità appropriate. Il tempo ci ricorda che viviamo nell'Universo dell'Azione: nessun Lavoro, nessuna realizzazione.
Esistono differenze essenziali tra bisogni, desideri e sogni, che possiamo intendere come diverse gradazioni o espressioni su ottave diverse della stessa realtà ontologica: l'essere umano tende ad agire per colmare il senso di mancanza che avverte a vari livelli (fisico, intellettivo, affettivo, spirituale...). A ciascuno spetta trasmutare questa tendenza da uno sterile stato reattivo di insoddisfazione cronica, sul quale ha presa ogni genere di sistema schiavizzante (dal consumismo alla manipolazione mentale) ad una condizione proattiva di aspirazione alla maestria dell'autoperfezionamento. Poiché è sempre possibile migliorarsi, la volontà di perfezionamento, promossa con gioia e amore per la conoscenza di Sé, innesca una spirale ascendente di evoluzione virtualmente infinita, nella quale la sfida più avvincente e senza fine è osare essere se stessi. L'arte di essere appartiene naturalmente all'anima, che attraverso il sogno esprime oggi quel che potremo essere domani. E così, dalla forza dei tuoi sogni, puoi misurare l'ampiezza del tuo futuro.
Mariavittoria


lunedì 14 luglio 2014

Mondi a contatto

Ciò che vediamo
non è ciò che vediamo
ma ciò che siamo.
Fernando Pessoa


Le interconnessioni fra il mondo interiore ed il mondo della materia sono così intrecciate da essere quasi inestricabili. Possiamo visualizzare i due mondi uniti da un canale attraverso il quale essi comunicano. All'interno di questo canale c’è un punto in cui lo spirito cessa di essere tale e si trasforma in materia. Questo punto in cui lo spirito sfiora la materia è la pietra filosofale che tutti cercano, è lo spazio sacro della creazione.
Il canale è percorribile in entrambi i sensi.  
Dal mondo fisico è possibile percorrere il canale per spostarci al di là del velo e raggiungere un luogo nel quale contattare le nostre guide ed i nostri Maestri ed accorgerci di quanto il piccolo io che pensavamo di essere sia, in realtà, infinitamente più ampio. In questa dimensione si possono e si devono fare domande che riguardano il mondo della materia. La nostra missione consiste nel portare indietro la saggezza che acquisiamo in questi “viaggi” per potercene avvalere nella densità della dimensione nella quale viviamo.
Occorre dunque intraprendere frequenti “viaggi”: non è auspicabile vivere solo nel mondo fisico trascurando i mondi sottili; specularmente non è sensato rifugiarsi nella dimensione spirituale rimanendo avulsi dalla materia in cui ci si ritrova comunque incarnati. Nello scambio, nel movimento, nello spostamento delle prospettive, nella correlazione fra i due mondi, consiste l’opportunità che sta a noi cogliere.




Un modo pratico per utilizzare il canale tra visibile e invisibile è quello di servirsi di un’attività fisica per lavorare anche sul piano spirituale. In precedenza abbiamo già introdotto alcuni esempi di connessione tra Mondo interiore e mondo esterno, e continueremo a fornire Spunti di meditazione tradizionali e alternativi, perché la pratica è esperienza, e l'esperienza è conoscenza, anche spirituale. Oggi consideriamo i benefici dell'adottare uno stato meditativo durante lo svolgimento di un'attività molto diffusa e amata: il giardinaggio. 
Chiunque abbia a disposizione un giardino, un orto o anche solo delle piante in vaso da coltivare, potrà provare subito a fare esperienza di questo semplice esercizio di presenza e connessione, ovvero di un altro modo per inserire la meditazione nella propria quotidianità.
Il fastidioso e tedioso compito di pulire il giardino o i vasi dalle erbacce, può trasformarsi in un produttivo lavoro interiore. Invece di sprecare energia a lottare contro i rovi o le erbe più tenaci, concentriamoci su questo pensiero: 

“In questo momento, io sto mondando il terreno interiore da tutti i pensieri infestanti, da tutti gli schemi dannosi che si sono radicati dentro di me, da tutte le abitudini nocive che hanno trovato terreno fertile nel mio essere, da tutta la negatività che si è innestata nelle mie cellule”.

Anche l’atteggiamento interiore è molto importante: non serve accanirsi con furia sulle malcapitate piante infestanti sradicandole con violenza dal terreno; occorre piuttosto concentrarsi sulla sensazione di liberazione che il gesto armonioso e amorevole di mondare la terra produce al nostro interno.




Il contatto con l’elemento Terra radica ed espande le nostre sensazioni e può essere saggiamente utilizzato per amplificare il risultato e per porci sulla giusta lunghezza d’onda per ottenere frutti, sia concreti che metafisici, più succosi e belli.
Come in alto così in basso, come fuori, così dentro.
Come per qualsiasi lavoro di pulizia, una volta sgombrato il terreno da tutte le piante indesiderate, il nostro compito non è terminato. Occorre mantenere il terreno nelle migliori condizioni, nutrendolo e curandolo con pazienza ed amore affinché non proliferino nuovamente erbacce e gramigna. Un lavoro costante e consapevole è lo strumento principale per mantenere la connessione fra mondo fisico e spirituale sempre aperta e priva di interferenze e per cogliere le ricchezze che i due mondi, costantemente, ci forniscono.
Fabrizio








lunedì 7 luglio 2014

Il rigore e la grazia

La grazia è bellezza in movimento.
Gotthold Ephraim Lessing


La Cabbalà, nella sua infinita saggezza, offre numerosi spunti di riflessione.
Prendiamo in considerazione l’Albero della Vita, diviso simbolicamente in tre distinti pilastri: Jachin, il pilastro destro della grazia e della misericordia, Boaz, il pilastro sinistro del rigore e della giustizia, e il pilastro centrale dell’equilibrio e dell’armonia. Chi entra maggiormente in risonanza con il pilastro sinistro, tenderà ad avere una visione più rigorosa dell’esistenza, legata ad una corrispondenza diretta fra sforzi e risultati, in un’eterna ghirlanda di cause ed effetti che manifestano delle conseguenze secondo il criterio simboleggiato dalla personificazione della giustizia, una figura femminile coronata che impugna la spada in una mano e regge una bilancia nell’altra, come si evince dall’iconografia più diffusa dell’ottavo Arcano dei Tarocchi.


Chi invece sente maggiore affinità con il pilastro della grazia, tenderà ad accordarsi all’etica della fede, consapevole che l’universo provvederà benevolmente ad ogni suo bisogno. A prima vista, queste due prospettive sembrano inconciliabili; in realtà, quando desideriamo che nella nostra vita avvenga un miglioramento, dobbiamo non solo muoverci attivamente affinché non rimanga nulla di intentato che possa favorire la manifestazione, come è noto a quanti utilizzano la volontà e il rigore come strumenti primari di crescita, ma anche sviluppare la predisposizione necessaria a ricevere, aprendosi alla capacità di attendere con fiducia e fede di assaporare gli imperscrutabili frutti della provvidenza. Naturalmente, si tratta di un processo di integrazione semplice ma tutt’altro che facile e spesso, lungo il percorso, può accadere di diventare i peggiori nemici di se stessi, specialmente quando correnti subconsce, a noi per lo più ignote ma dotate di una forza attrattiva straordinaria, si nutrono degli schemi consolidati dalla nostra personalità e inaspettatamente lavorano contro di noi. Supponiamo ad esempio che io desideri ardentemente ottenere una promozione sul lavoro. A tal fine, mi ispirerò con diligenza al pilastro del rigore, mantenendo alacremente un costante atteggiamento proattivo e professionale. Farò quindi il mio dovere e anche di più. I primi problemi sorgeranno quando verrà il momento di affidarsi al pilastro della grazia, cioé proprio in concomitanza al momento della promozione: inizierò a pensare che non ricevo nessun riconoscimento da ben sette anni, mentre tutti i miei colleghi hanno già ottenuto qualcosa. Così, tra una lamentela e un giudizio, comincerò ad affezionarmi all’idea precostituita di essere una persona di valore costretta a subire una grande ingiustizia. Mi baloccherò con l’immagine di me alla quale ero abituato riferirmi e senza neanche rendermene conto darò ad essa la mia energia, rafforzando questo schema a discapito del mio desiderio originale. A questo punto, dovrei chiedermi se voglia veramente la promozione o preferisca continuare il mio compiaciuto teatrino personale di autovittimismo e frustrazione programmata. Pensate, infatti, che prevalga il pensiero migliorativo concepito razionalmente (ottenere una promozione) o il movimento sotterraneo di resistenza al cambiamento che il nostro inconscio ci comunica, facendo sorgere ogni sorta di dubbi e recriminazioni?


Questo semplice esempio ci fa comprendere che occorre valutare a fondo la sincerita di ciò che desideriamo per noi stessi ed essere altrettanto abili ad accorgerci se si innestano in noi schemi che anziché promuovere la nostra crescita ci danneggiano. Come fare quindi, per evitare di voler costruire una tela che gran parte di noi stessi tenderà a disconoscere, lavorando nell’ombra per disfarla? 
Imparare a bilanciare le modalità con le quali agiamo, orientandoci verso i principi del pilastro dell’equilibrio, è un modo molto pratico per trasformare la nostra vita senza incorrere negli inconvenienti dell’autosabotaggio. In questo processo di riequilibrio, ciascuno è chiamato a sviluppare ciò in cui è ancora deficitario. Pertanto, le indicazioni più utili lungo il percorso non sono tanto i nostri punti di forza, quanto le nostre lacune, che ci mostrano la strada da seguire. Sono loro le nostre lanterne più luminose sulla via delle potenzialità.


lunedì 23 giugno 2014

La notte di San Giovanni Battista

Io vi battezzo con acqua, in vista del ravvedimento;
ma colui che viene dopo di me è più forte di me,
e io non sono degno di portargli i calzari;
egli vi battezzerà con lo Spirito Santo e con il fuoco.
(Vangelo di Matteo)

Uno dei momenti più magici dell'anno è la notte tra il 23 e il 24 giugno: tradizionalmente consacrata a San Giovanni Battista, questa ricorrenza costituisce una potente sintesi del connubio tra i riti pagani legati al solstizio d'estate ed un sapere più antico, di origine misterica, basato sull'osservazione dei rapporti dinamici tra Cielo e Terra.
Accade ogni anno: una volta varcato il portale del solstizio, il Sole comincia a decrescere sull'orizzonte. Così a giugno l'estate sembra appena cominciata, ma in realtà la luce inizia già a diminuire sensibilmente e continuerà a calare fino al solstizio d'inverno, quando solo dopo aver superato la notte più lunga dell'anno il potere solare tornerà gradualmente ad aumentare. Al contrario, quella di San Giovanni Battista è ritenuta la notte più breve dell'anno, durante la quale si usa propiziare il sorgere del Sole accendendo dei falò purificatori, dove si bruciano le vecchie erbe, e procedere al nuovo raccolto officinale, avvantaggiandosi degli influssi planetari particolarmente intensi captati dalle piante e in generale dalle forze della natura.


Il periodo maggiormente propizio si estende dal tramonto del 23 giugno al mattino del 24, protagonisti sono il potere vivificante del fuoco planetario (l'amore, simboleggiato dall'unione del Sole e della Luna), posto sotto la supervisione dell'arcangelo Uriel (letteralmente “luce di Dio”) e le virtù terapeutiche dell'acqua (il Sole si trova nel segno zodiacale del Cancro, appartenente all'elemento Acqua) consacrata al santo Battezzatore o Precursore dello Spirito.
Quest'anno il momento di massimo splendore del Sole, il solstizio d'estate avvenuto il 21 giugno alle ore 12.51, ha visto trionfare l'influsso del pianeta Venere, attivo nel far risplendere la Luce in ogni essere (Venere è altresì noto come Lucifero, letteralmente “portatore di Luce”) grazie al transito di Marte in Bilancia e Giove in Cancro. Pertanto, giugno 2014 si rivela un mese catartico, ricco di opportunità per radicare una nuova consapevolezza lungimirante e orientata all'unità tra Uno e Tutto. Durante la notte di San Giovanni, l'Ultimo Quarto di Luna si troverà in perfetta armonia con il Sole, fungendo da collegamento ideale tra Cielo e Terra, tra le energie maschili e femminili che sostengono e sostentano la vita.


Da tempi immemori si tramanda che in questa notte le streghe si radunano per il loro gran convegno annuale sotto le fronde del noce, e di buon mattino è opportuno cogliere i frutti immaturi e madidi di rugiada di quest'albero druidico per preparare un nocino dalle innumerevoli proprietà benefiche. Sono altresì potenziate le virtù terapeutiche delle erbe raccolte in questo periodo, specialmente l'iperico, un versatile toccasana noto come erba di San Giovanni o “scacciadiavoli” proprio perché anticamente veniva portato come amuleto per proteggersi dai sortilegi. È il momento migliore anche per raccogliere altre piante benefiche e protettive come l'artemisia, consacrata alla dea Artemide, la verbena o “erba della doppia vista”, l'arnica, l'erica, il ribes rosso e il raro fiore della felce. Inoltre, è usanza raccogliere foglie e fiori di lavanda, menta, ruta e rosmarino che insieme all'iperico si metteranno in un recipiente colmo d'acqua da lasciare all'aperto per tutta la notte: la mattina seguente con questa acqua di San Giovanni, e altre sue varianti contenenti misticanze specifiche in base alle ricette tramandate da ogni tradizione locale, le donne compiono abluzioni che aumentano la bellezza e preservano dalle malattie. Sempre al mattino presto, il giorno di San Giovanni si raccoglie la rugiada, un distillato delle energie confluite nelle acque notturne, considerata particolarmente efficace come elisir di fertilità e per acuire la vista.
L'influsso di San Giovanni Battista è notoriamente favorevole alla divinazione. Chi cerca l'amore, ad esempio, durante la notte potrà interpretare gli auspici della chiara d'uovo o del piombo fuso in acqua, delle fave o dei fiori di cardo di cui si scruteranno i mutamenti al mattino seguente.


Per ogni cercatore che abbia intrapreso un percorso di Lavoro su di sé è comunque il momento di estrarre la carta dell'anno, l'Arcano Maggiore che lo guiderà nei successivi sei mesi. L'ideale sarebbe radunarsi all'aria aperta, sotto il segno della triade, in gruppi di tre persone, così che ciascuna a turno possa preparare il mazzo dal quale un'altra estrarrà la propria carta. Consiglio di procedere nel modo seguente:
  • Allo scoccare della mezzanotte tra il 23 e il 24 dicembre si mescolino le carte del mazzo di Tarocchi maggiori, concentrandosi nella visualizzazione del proprio fuoco interiore (è appropriato chiedere assistenza al proprio angelo custode o spirito guardiano);
  • Si dispongano le carte coperte del mazzo a ventaglio sul prato o sopra un ripiano, possibilmente in materiale naturale (legno, pietra...);
  • Si formuli interiormente e con chiarezza l'intento di estrarre la propria carta dell'anno;
  • Si passi la mano non dominante (chi è avvezzo alla lettura delle Carte saprà regolarsi anche diversamente) lentamente sul ventaglio di carte, focalizzandosi sulle sensazioni percepite fino ad individuare una carta specifica;
  • Si estragga una carta con la certezza di avere scelto la propria carta dell'anno.
La carta estratta costituisce una rappresentazione simbolica del Lavoro che si è chiamati a fare nei successivi sei mesi di percorso. È tradizione meditare sul significato di questa carta, avvalendosi dei consigli dell'angelo e degli spiriti guardiani, e tenerlo presente per orientarsi nei momenti in cui si deve compiere delle scelte o in situazioni particolarmente significative, nelle quali ci si aspetta che esercitiamo consapevolmente e sempre con maggiore maestria il libero arbitrio. La carta dell'anno funge da "guida passiva", cioè oggetto di meditazione e riflessione, nei primi sei mesi dal momento in cui viene estratta. Diventerà "attiva" nei restanti sei mesi dell'anno, quando il cercatore comincerà a vedere manifestarsi la trasmutazione annunciata dall'Arcano prescelto, ovviamente sulla base del Lavoro effettivamente svolto, mentre già un'altra carta dell'anno verrà estratta come "guida passiva" e guru della nuova stagione. Non a caso, la seconda estrazione della carta dell'anno avviene durante la notte di San Giovanni Evangelista, di cui racconterò in un'altra occasione.
Per tutti gli esseri di buona volontà armati di umiltà, sapienza e virtù siderale questa notte rappresenta l'inizio di una felice trasmutazione e un'occasione di crescita, riflessione e convivio con le forze dell'universo. Anche tu, che stai leggendo queste righe, hai l'opportunità di tenere alta la fiamma della consapevolezza a beneficio del pianeta e di tutta l'umanità! 

Mariavittoria




lunedì 9 giugno 2014

Chi giudica chi?


Voi non giudicate
per non essere giudicati,
perché col giudizio con cui giudicate
sarete giudicati
e con la misura con la quale misurate
sarete misurati.
Gesù

Solitamente funziona così.
Qualcuno ci critica, magari aspramente e subito ci sentiamo giudicati, attaccati ingiustamente. Allora ci lamentiamo, spesso inconsciamente, o meglio automaticamente, recriminiamo, elencando una miriade di se e di ma volti ad accampare scuse e giustificazioni di ogni sorta a sostegno del nostro malcontento... Magari iniziamo anche un dialogo interiore approfondito, nel quale immaginiamo lo svolgimento del nostro personale regolamento di conti verbale, oppure ci sfoghiamo apertamente, manifestando senza remore tutta la nostra amarezza.
Capita spesso, lo vediamo o sperimentiamo quasi ogni giorno, ma è davvero inevitabile? Qualcuno ci attacca e ci giudica per puro capriccio? Siamo delle vittime sacrificali del caso che ha voluto incappassimo in soggetti particolarmente suscettibili o poco evoluti?



Facciamo un passo indietro, disidentificandoci dal nostro vissuto, e rendiamoci conto della realtà: quel commento o quella persona è giunta a noi per un motivo e in generale ogni situazione suscita in noi determinate reazioni per ragioni precise. Potremmo chiamare questa legge karma, ricordando che questa parola intende il processo di causa ed effetto in un ciclo temporale dilatato e non necessariamente consequenziale. Dunque, siamo come antenne che trasmetto un segnale nello spazio: qualsiasi risposta riceviamo deve tener conto del tempo di differita. Riceviamo sulla base di ciò che trasmettiamo, è la legge di risonanza a stabilire la frequenza della nostra esistenza, null’altro. Se siamo amore, manifesteremo amore e riceveremo amore, se la nostra frequenza dominante è di pace e tranquillità, riceveremo pace e tranquillità, se siamo critica e giudizio, non dobbiamo stupirci di ricevere critiche e giudizi. Tutto ciò è legge, il differenziale però ci induce a riflettere non sul se, bensì sul quando capteremo una risposta alle nostre emissioni. 
Ora, cerchiamo di essere onesti. Che cosa facciamo per la maggior parte del tempo, fomentati da un interpretazione disfunzionale del mondo nel quale siamo chiamati a sperimentare? Giudichiamo.
Squadriamo le persone dall’alto in basso, stabiliamo a colpo sicuro che cosa sia giusto e sbagliato, ci paragoniamo continuamente agli altri per sottolinearne le incongruenze, le atipicità, gli atteggiamenti che reputiamo inappropriati e, contemporaneamente, forniamo una serie completa di soluzioni, di correttivi, o di commenti, prevalentemente negativi, ai loro comportamenti. Il proliferare incontrollato di critiche avviene per lo più come un riflesso condizionato, uno schema che, avendo creato un solco nel nostro essere, si manifesta con particolare virulenza ed in modo inconsapevole. Il pettegolezzo ed il giudizio cronico sono vere e proprie malattie psichiche, alimentate e diffuse capillarmente dall'inconsapevolezza o dall'incuria di chi non presta attenzione alle proprie esternazioni futili o controproducenti, in termini di pensieri, parole ed azioni.


Il primo passo avanti è, naturalmente, portare alla luce questi nostri atteggiamenti, disseppellirli dall’oblio reattivo che li nutre. Predisponiamoci ad un’attenta analisi di noi stessi. E alla consapevolezza. Non cadiamo però nell’errore di giudicare a nostra volta noi stessi. Il che è, sicuramente, un errore comune. Anzi, la radice del problema. Il giudice interiore dentro di noi si erge ad inappellabile portavoce di un bisogno di categorizzare e definire. Il dominio della critica più dannoso è quello esercitato contro noi stessi, che “impera et divide” (cioè prima comanda e poi divide). Proviamo ad ascoltarci e a prendere debita nota di tutti i “Ma che stupidaggine ho detto”, “Non ce la posso fare”, “Che maldestro che sono stato” e così via. Sono tutte sentenze che proclamiamo contro noi stessi. Stiamo attenti, perché esse tolgono potere alle nostre potenzialità, ancorandoci ad una realtà soggettiva limitata ed autolimitante. 
La critica è un vortice insidioso che risucchia le energie e proietta vibrazioni verso il basso. Procede per esclusione, toglie le forze interiori e le imbriglia in un vago moto rancoroso nei confronti degli altri e di noi stessi. Occorre vigilare ed esercitare uno dei più potenti strumenti che abbiamo a disposizione: l’arte dell’accorgersi. Proviamo a chiederci in ogni momento chi giudica chi? Nuove porte sui territori della coscienza si apriranno davanti a noi.
Fabrizio









lunedì 26 maggio 2014

Mille immagini riflesse

Basta guardare qualcuno in faccia un po' di più, 
per avere la sensazione, alla fine, 
di guardarti in uno specchio.
Paul Auster


È straordinario e, specialmente all’inizio, sorprendente, una sorpresa che rasenta l’incredulità, soprattutto quando si converge su se stessi e non ci si accontenta di parlare a livello teorico:
Gli altri, le persone che ci circondano, che animano la nostra vita, parlano a noi, parlano di noi, incessantemente. Chiunque pensi che esista qualcosa di esterno, là, lontano, che non sia in intima connessione con noi, pone dei seri limiti alla conoscenza delle leggi che regolano la vita. Noi stessi, quando guardiamo gli altri e formuliamo su di loro giudizi, ne esploriamo il carattere e ci lamentiamo dei loro comportamenti, delle loro manie, delle asperità delle loro parole, in realtà stiamo guardando il nostro specchio personale preferito.



Anche se siamo disposti ad ammettere che questa è la regola generale, all’inizio pensiamo comunque che ci sia un cospicuo numero di eccezioni. Siamo convinti che quella persona antipatica “meriti” la nostra disapprovazione: è lei ad essere odiosa, il suo atteggiamento è oggettivamente sopra le righe, è impossibile non essere infastiditi dai suoi difetti. Tutto questo è palesemente falso: non sono le azioni in sé ad essere buone o cattive, è soltanto la nostra percezione che, filtrata dalla nostra sensibilità, le fa risuonare alla nostra frequenza. Questo per un motivo molto semplice: perché nonostante le apparenze vogliamo risolvere e guarire le nostre ferite e così richiamiamo intorno a noi persone, circostanze, avvenimenti che costantemente ci ricordino di lavorare su quanto ancora non abbiamo risolto.



Ricordate cosa disse Gesù mentre lo stavano crocifiggendo? Perdonali Padre perché non sanno quello che fanno; egli non percepiva l’aggressività dei suoi carnefici poiché in lui non vi era alcuna traccia di questo comportamento reattivo. Analogamente, uno stesso avvenimento “problematico” può lasciarci indifferenti o suscitare un gran numero di reazioni diverse. Quando questo avviene, è pratica utilissima chiedersi il motivo della nostra insofferenza, perché è in questo lavoro di analisi che si nasconde la chiave per decodificare i segnali che il nostro sé più profondo ci manda per guarire. Ed i segnali sono ad esempio il confrontarsi con persone “fastidiose” che in realtà richiamano l’attenzione su parti di noi stessi che dobbiamo riconoscere, affrontare ed integrare. 
Le qualità negative che percepiamo negli altri sono solo riflessi di noi stessi, sui quali siamo chiamati ad aprire gli occhi. Le qualità positive che ammiriamo negli altri sono ugualmente delle parti di noi stessi che siamo chiamati a far uscire dall’ombra. Se le abbiamo riconosciute negli altri, sono presenti, latenti ed in potenza, anche in noi stessi. È impossibile riconoscere qualcosa negli altri che non sia presente anche in noi stessi.
Le cose sono semplici (ma questo non significa che siano facili) e basta cambiare la prospettiva per trasformare la vita quotidiana in uno straordinario ed impareggiabile strumento pratico di lavoro su di sé. Non è meraviglioso?

Fabrizio