lunedì 28 aprile 2014

Perché no?

Niente è duraturo come il cambiamento
Ludwig Borne

Guardando il video di Andrea Pietrangeli mi imbatto in un pensiero davvero degno di nota: se nell’ultima settimana sono rimasto uguale a me stesso, interamente aderente a ciò che di me già conosco, sicuramente dovrebbe suonare un campanello di allarme.
La questione sta realmente in questi termini. Innanzitutto non si pensi che il lasso di tempo di una settimana sia un’esagerazione: l’accelerazione è certamente in atto e noi siamo chiamati a tenerne conto. La chiave di volta è dunque la parola cambiamento. Che cosa significa cambiare e perché è così importante? Iniziamo dalla seconda parte della domanda. Il cambiamento è fondamentale in un primo tempo per farci uscire dallo stato di inerzia, di abitudine a cui i tanti “noi” (famiglia, scuola, istituzioni, società, coppia...) ci vincolano, limitando in modo implicito ma inesorabile il potenziale di espressione di ciascuno. Cambiamento, quindi, inteso come strumento per uscire da un mondo meccanico, automatico, proprio di una macchina biologica addormentata. Cambiamento come metodo per modificare il proprio comportamento da reattivo (semplice adeguamento istintivo ad uno stimolo) a proattivo (gestione cosciente del proprio agire). Sulla strada che porta al risveglio, il cambiamento è il propellente che permette alla nostra fornace di continuare ad ardere e di spingerci ad avanzare lungo il cammino.


L’anima accoglie con entusiasmo il cambiamento, perché anela fare nuove esperienze evolutive e, quando anche l'io cosciente si sincronizza sulla stessa frequenza vibrazionale, la vita viene inondata dalla luce della pienezza del momento presente e di tutte le enormi potenzialità dell'essere consapevole. Cambiamento non è una parola astratta, anzi: sottende alla concretezza, all’azione, all’esperienza.
C’è un metodo molto semplice per accorgersi precisamente di dove il cambiamento non trova spazio: osservare la propria vita con un certo distacco, quasi come fosse l'esistenza di qualcun altro. In questo stato, provo a stilare una lista dettagliata di tutte le cose che faccio sempre nello stesso modo, giustificato da parole come abitudine, utilità, ottimizzazione, fretta, o da altre insensatezze quali le apologie riguardo al “perché fanno tutti così e se si è sempre fatto in quel modo un motivo ci sarà”. Inserisco subito la strada che percorro ogni mattino, la sequenza di azioni prima di coricarmi o i gesti che seguono il risveglio; aggiungo tutti i luoghi comuni personali costruiti nell'arco di una vita di distratta delega della propria libertà di vivere l'esperienza a vantaggio dell'interpretazione comune, pedissequa, in omaggio ad una maggioranza non meglio identificata né identificabile di individui che affermano “vorrei leggere ma non ho tempo”, “il venerdì si mangia pesce”, “il sabato si fanno le pulizie”.
Dopo aver compilato la lista, mi dedico, sistematicamente, a ciascun elemento dell’elenco e la semplice osservazione dei fatti lascia emergere alcune riflessioni. Ha davvero senso per me svolgere questa azione in questo modo? Posso vedere le cose da un altro punto di vista? Posso provare a cambiare prospettiva e ad agire diversamente? Posso concedermi il diritto e la soddisfazione di rompere una coerenza inutile e dannosa? Posso imparare cose nuove scrollandomi di dosso lunghe serie preconfezionate di pensieri, gesti, azioni e ampliare i miei orizzonti? Insomma, perché no?



Se fin da piccoli ci è stato insegnato ad aprire il nostro compasso il minimo indispensabile per disegnare un cerchio entro cui definire i nostri limiti e confini, in ogni momento possiamo renderci conto che è sufficientemente agevole puntare il laser dell'attenzione e ridefinire anche quei contorni che sembravano indelebili. Così dal disegno della nostra esistenza svaniscono le illusioni e riemerge la vivida sensatezza di ogni dettaglio deliberato nei minimi particolari, proprio come la realtà che costruiamo ad ogni respiro.
Fabrizio







lunedì 14 aprile 2014

Mondo interiore e mondo esterno



Fate che la vostra mente e tutte le cose agiscano come un tutto
Dogen Zenji


In questo post vorrei provare a introdurre due aspetti della stessa realtà, due metodi di trasformazione che utilizzano due modi diversi di interagire con l'indissolubile legame che c'è tra noi e il mondo. Si tratta di due approcci opposti ma ugualmente “funzionanti”.

Più volte abbiamo detto che tra la nostra realtà interiore e il mondo esterno sembra esserci un legame più stretto di quanto normalmente siamo abituati a pensare. Molti di voi si saranno accorti che dal momento in cui hanno provato a cambiare il loro atteggiamento interiore, in poco tempo è iniziato a succedere qualcosa anche nel mondo esterno.



Si potrebbe dire che è cambiato qualcosa nel risultato che il mondo ci ha restituito. Infatti, proprio come in un computer, inserendo un certo tipo di dati ed eseguendo determinate operazioni riceveremo un risultato, mentre eseguendone altri ci verrà dato un output totalmente diverso.
Nella vita il nostro atteggiamento è l'input che inseriamo nel computer, il comando che liberiamo nel mondo. Il mondo a sua volta, come un immenso meccanismo, reagirà restituendoci un certo risultato.

La metafora del computer però non è del tutto esatta, in quanto un computer restituisce risultati prevedibili, sappiamo fin dall'inizio che a una certa azione corrisponde un output predeterminato.
Nel rapporto tra noi e la realtà, invece, le cose non sono così scontate. Chi di noi è già abituato a pensare in questi termini tende spesso a fare proprio questo errore, cioè considerare per esempio che un atteggiamento interiore di positività e apertura, debba necessariamente portare direttamente a un risultato positivo.

Ma il mondo a differenza di un computer è incredibilmente creativo e anche decisamente più lungimirante di noi. Molti infatti avranno sperimentato scenari quasi totalmente opposti e a prima vista incomprensibili. Per esempio ad un cambiamento in positivo dell'animo potrebbe essere risultata una "catastrofe" in ambito lavorativo o sentimentale.
Questo accade perchè la realtà ci restituisce un risultato che è davvero positivo per noi, che è davvero quello di cui abbiamo bisogno, e anche se al momento ci può sembrare un disastro, possiamo essere fiduciosi che a lungo termine il cambiamento porterà un risultato positivo. Magari non facile da comprendere, ma sicuramente risvegliante.



La giornata dei monaci inizia dalle pulizie:
ramazziamo il giardino, puliamo il cortile, tiriamo a lucido il santuario.
Non tanto perchè siano effettivamente sporchi o in disordine,
quanto perchè tali azioni hanno il fine ultimo 
di eliminare dallo spirito qualsiasi ombra.

Keisuke Matsumoto


Il secondo metodo di trasformazione legato all'interazione con la realtà al quale vorrei accennare oggi è esattamente l'opposto di quello di cui abbiamo parlato fin'ora: si tratta dell'influenza che l'ambiente esterno può avere su quello interiore. Anche in questo caso il funzionamento non è così scontato come si potrebbe pensare, tanto è vero che alcune antiche tradizioni, come quella cinese del Feng Shui o il buddhismo di corrente Zen, pongono moltissima attenzione a questi meccanismi.


Pochi di noi sono abituati a pensare che attività fisiche piuttosto ordinarie, come sistemare gli oggetti in una stanza o fare le pulizie di casa, possano avere una grande influenza sul nostro stato interiore. Anzi, spesso si cerca di sbarazzarsi di queste incombenze in modo frettoloso e disordinato, senza rendersi conto che proprio questo atteggiamento può essere causa di una tensione interiore che può protrarsi nel tempo.
Consciamente o inconsciamente, ogni volta che passeremo di fianco a quel foglio che non abbiamo archiviato, o a quel soprammobile gettato alla rinfusa, senza attenzione, la mente ci manderà un segnale di disturbo, che alla lunga genera stress e confusione.

Per questo è importante per esempio occuparsi con cura delle pulizie domestiche e mettere in ordine gli ambienti in cui viviamo con calma e attenzione, in modo da creare le basi per coltivare una condizione interiore più rilassata e innescare un circolo virtuoso che può portare a un miglioramento graduale della salubrità dell'ambiente esterno e contemporaneamente alla nascita di una nuova serenità interiore.



Quando posate una pentola in malo modo sbattendola, essa grida di dolore.
Se non siete ancora capaci di udire quel grido, 

non si può dire che siate uomini 
che manifestano lo zazen nella vita quotidiana.
Uchiyama Roshi


Anche in questo caso, a meno che non siamo studiosi esperti di Feng Shui, non possiamo avere il controllo di tutto e sapere esattamente quale influenza potrà avere sulla nostra vita un oggetto posto proprio in quella determinata posizione, ma se ci accostiamo al nostro ambiente con gentilezza, un minimo di sensibilità e attenzione potremo capire come sistemare una mensola o un mobile in modo che non ci urti, in ogni senso.

Pertanto, qualunque sia la direzione di una nostra azione, che sia dall'interno verso l'esterno oppure dall'esterno verso l'interno, che sia l'atto più potente o il più umile, è sempre possibile porre attenzione affinché essa sia un seme positivo per noi stessi e per il futuro del nostro mondo.


Stefano









lunedì 31 marzo 2014

La funzione del limite

Ognuno prende i limiti 
del suo campo visivo 
per i confini del mondo.
Arthur Schopenhauer


In matematica, nello studio di funzione, si presta molta attenzione al concetto di limite. In particolare, si esamina il comportamento della variabile matematica (x) quando si avvicina ad un dato valore, osservando quel che accade alla funzione f(x). Questo perché si parte dal presupposto che se si analizzano valori di (x) “interessanti”, i cosiddetti punti notevoli, “punti bizzarri” nei quali succedono cose strane (studiando ad esempio che cosa succede alla funzione f(x), quando la variabile (x) assume valori molto vicini al valore che rende il denominatore nullo), si otterranno informazioni preziose sull'andamento della funzione f(x).
Ora proviamo a chiederci cosa succede a noi stessi (funzione f(x)) quando raggiungiamo i nostri limiti (punti notevoli).


Prima di rispondere, è utile considerare due definizioni del dizionario della parola limite:
1) “Grado, livello o punto estremo a cui può giungere qualcosa o qualcuno”;
2) “Termine, confine, ambito (concreto o ideale) che non può o non deve essere superato”.
La prima sembra avere un afflato positivo, indicando un traguardo a cui tendere, ma, esaminandola più accuratamente, implica la descrizione di un confine che, una volta raggiunto, non consente di espandere ulteriormente la propria libertà e le proprie potenzialità.
Nel secondo caso non ci sono dubbi: il limite è definito come cogente, restringe, impone regole spaziali e temporali, dice quel che si deve fare, facendo notare quello che non deve essere oltrepassato.
I limiti dunque fissano il territorio intorno a noi, delimitandolo in maniera incontrovertibile. Quel che è interessante notare è il nostro comportamento quando siamo nelle vicinanze dei nostri limiti. Perché qui possiamo fare la differenza.
Se quando ci avviciniamo loro, quasi inconsciamente torniamo indietro perché “lì non si può, non si deve, non è consentito andare …”, stiamo arretrando davanti alle opportunità altrove della nostra vita e perdiamo una grande occasione.
Se poi quando ci approssimiamo ad un limite, lo guardiamo quasi in cagnesco, fra il rassegnato e l’indignato, chiedendoci quali avverse forze del destino l’abbiano messo proprio davanti a noi, ci stiamo prendendo solamente in giro. Ci illudiamo cioè che non rientri nel pieno delle nostre possibilità rimuovere i nostri limiti e manteniamo intatto il nostro angusto mondo.
Notiamo bene che in realtà non c’è nessuna forza esterna che ci costringa a rispettare i limiti, che peraltro ad un attento esame risulteranno totalmente autoimposti: noi stessi, infatti, siamo il nostro censore più severo. E la funzione primaria del limite è proprio consentirci di scoprire la loro reale inconsistenza.


Se quando arriviamo di fronte ad un limite, anziché cambiare strada, ci fermiamo ad osservarlo nel dettaglio e trovando in noi il coraggio e l’accuratezza nel vedere lo chiamiamo per nome, se cioè riempiamo con forme ben definite i contorni che prima apparivano vaghi, se quindi prendiamo atto che un limite è tale perché è voluto da noi e non c’è nessuna altra spiegazione, allora quel limite già si sta disgregando e sta perdendo il  potere bloccante e di distorsione della realtà.
A volte basta un solo passo per fare la differenza, a volte è un solo gesto ad aprire gli orizzonti e creare un nuovo mondo, il nostro, quell'immensità che l’anima sta imparando a conoscere e che anela farci riscoprire.
Fabrizio





lunedì 17 marzo 2014

Primavera: far circolare le emozioni

Vi sono esercizi di concentrazione sui colori del prisma che possono aiutarvi a formare la vostra aura, 
ma otterrete veramente dei risultati solo se accompagnerete tali esercizi con un lavoro sulle virtù. 
Così, con l’amore vivificate la vostra aura, con la saggezza la illuminate,
 con la padronanza di voi stessi la rafforzate, 
con la purezza la rendete limpida e chiara.
Omraam Mikhaёl Aïvanhov


Come ho spiegato nel post precedente, il fegato è l'organo associato alla primavera e come tale in questo periodo richiede maggiormente la nostra attenzione. L'emozione associata al fegato è la rabbia, su di essa cercheremo di concentrare il lavoro preparatorio all'inizio della prossima stagione.
È importante rendersi conto che di per sé tutte le emozioni sono utili, perché costituiscono un'ottima occasione per imparare qualcosa di noi stessi; ma per trarre solo il meglio dalle proprie emozioni è anche necessario comprendere la loro natura e quindi la loro funzione.


La parola emozione deriva dal verbo latino emovere, “portar fuori, smuovere”, ed indica un vortice di energia che in un individuo sano, nel quale corpo-cuore-mente si trovano in equilibrio, si muove in circoli virtuosi di cui i chakra costituiscono i centri principali. La condizione naturale delle emozioni è quindi la loro libera circolazione. Si sente spesso dire che non bisognerebbe mai reprimere le proprie emozioni, esse infatti quando non vengono espresse tendono ad accumularsi, impedendo il libero fluire dell'energia; come fare però quando ci troviamo a dover esprimere emozioni che potrebbero avere degli effetti spiacevoli?
Spiacevole è tutto ciò che trasgredisce al comandamento “ama il prossimo tuo come te stesso”, sul quale vi suggerisco di meditare camminando all'aria aperta, possibilmente indossando abiti di colore arancione, la tonalità essenziale che ci aiuta ad entrare in contatto con il secondo chakra, sede delle emozioni primordiali e della fiamma della nostra natura creativa e compassionevole.


Per liberarsi in modo inoffensivo da un eccesso di emozioni bloccate, specialmente dalla rabbia repressa, propongo un esercizio semplice ma intenso, da svolgere possibilmente all'aperto e ad una certa distanza da altre persone. Per tutta la durata della pratica, evitate scatti o movimenti improvvisi e se necessario prima di cominciare eseguite qualche esercizio di stretching muscolare per non incorrere in strappi o stiramenti.
  1. Posizionatevi in piedi (chi ha problemi di equilibrio o disturbi ai tendini o alla colonna vertebrale può divaricare leggermente le gambe, fino ad avere i piedi perpendicolari alle spalle), rivolgendovi ad uno spazio libero davanti a voi;
  2. Inspirando lentamente con il naso, alzatevi sulle punte dei piedi e contemporaneamente portate indietro le braccia tese, sollevandole il più possibile, come farebbe uno sciatore per darsi la spinta e partire;
  3. Espirando rapidamente dalla bocca, tornate a poggiare il peso su tutta la pianta dei piedi, e contemporaneamente portate le braccia avanti (le mani avranno così compiuto un semicerchio, con le punte delle dite che puntano prima indietro, poi verso il basso, e infine avanti), congiungendole davanti a voi con i pugni chiusi e gli indici puntati in avanti;
  4. Ripetete l'esercizio almeno sette volte, avendo cura di compiere gesti fluidi e di seguire il ritmo del vostro respiro.
Questo esercizio è solo una pratica propedeutica al lavoro sulle emozioni bloccate, difatti, è utile per evitare un sovraccarico emozionale del nostro organismo psicofisico e non va inteso come un mero “sfogo”. Tuttavia, la vera occasione di crescita non sta tanto nello sbloccare la nostra rabbia repressa, quanto nel comprendere cosa questa emozione abbia da comunicarci.


Il punto sul quale vogliamo focalizzarci è quindi imparare a gestire le emozioni, cioè disciplinare il proprio atteggiamento mentale e il proprio comportamento al fine di ottenere una risposta armonica all'esperienza del sé che impara a conoscersi. La gestione delle emozioni comprende tre fasi strettamente interconnesse: osservazione, comprensione, libera espressione. Di nuovo, la pratica vale più di mille astrazioni, per questo vi presento un semplice esercizio di ascolto interiore.
  1. In piedi, tenendo le gambe leggermente divaricate, inspirate portando in alto le braccia, espirate, lasciandole ricadere dolcemente. Eseguite questa respirazione almeno tre volte, cercando senza sforzi di armonizzare i movimenti al respiro;
  2. Continuate a respirare consapevolmente e portate consapevolezza all'interno di voi;
  3. Lasciate che la consapevolezza scorra come un'onda benefica in tutto il corpo, e quando vi sentite a vostro agio focalizzate l'attenzione sull'area sacrale, corrispondente al secondo chakra, sede delle emozioni primordiali;
  4. Ascoltate il vostro secondo chakra, l'energia in esso fluisce liberamente? Se percepite dei blocchi di energia, soffermatevi con cura su ciascuno di essi e ascoltate cosa vi comunica con disponibilità e accettazione, senza giudicare o censurarvi;
  5. Concludete il momento di ascolto interiore ringraziando il vostro chakra sacrale per il magnifico lavoro che svolge, inviandogli luce e comprensione.
L'ascolto interiore prepara il passaggio dall'osservazione di ciò che c'è (ad es. un'emozione di rabbia repressa) alla sua comprensione. Comprendere significa accettare che ciò che abbiamo individuato, ad es. un'emozione negativa, ha qualcosa da insegnarci e quindi in un certo senso è una parte significativa di noi che richiede attenzione. Al pari delle altre emozioni bloccate, la rabbia in sé non è il problema, bensì un indicatore di ciò che per noi costituisce un disagio irrisolto che richiede attenzione. In questa fase è quindi fondamentale chiedersi perché proviamo quell'emozione e cercare di comprendere cosa voglia esprimere. A questo punto, una volta trovata una risposta alla domanda fondamentale, impegniamoci per trovare il modo di mettere in pratica quanto abbiamo scoperto di noi dall'ascolto della nostra emozione, imparando a manifestare noi stessi in modo armonioso, cioè privo di conflitti intrinseci, di resistenze e condizionamenti.

Mariavittoria





lunedì 10 marzo 2014

Primavera: istruzioni per chi ben comincia

I fiori della primavera sono i sogni dell'inverno
raccontati, la mattina, al tavolo degli angeli.
Khalil Gibran

Quando il Sole entra nel segno zodiacale dell'Ariete avviene l'equinozio di primavera, momento che in antichità segnava l'inizio del nuovo anno: l'ariete era sacro al dio Marduk, patrono di Babilonia e noto in lingua accadica come Amar Utu, “vitello solare”. Per questo, anche lo zodiaco occidentale, derivato dalla sapienza astrologica mesopotamica, comincia proprio con il segno dell'Ariete, fissato a Oriente, il punto cardinale dove sorge il Sole.


Come tutti i momenti di transizione, anche il periodo precedente all'equinozio di primavera è il momento ideale per compiere precise attività di preparazione alla nuova stagione. In particolare, tale periodo è tradizionalmente dedicato alla purificazione o liberazione interna ed esterna.
Esteriormente, ci liberiamo di tutto ciò che è superfluo o passato, rassettando a fondo la casa (le “pulizie di primavera”), per fare entrare aria fresca e nuova energia. È questo il momento ideale per dedicarsi alle salutari pratiche di liberazione dall'inessenziale che ho già descritto nell'articolo Scegli la Felicità.
Interiormente, ci dedichiamo alla purificazione del fegato, organo che secondo la medicina orientale è associato alla primavera (elemento Legno). Non a caso, siamo nel periodo di quaresima, quaranta giorni precedenti la Pasqua (anch'essa calcolata sulla base dell'equinozio di primavera) in cui i cristiani osservanti si astengono dal consumo di carne e cibi elaborati. Al di là delle valenze religiose, evitare l'assunzione di proteine animali e zuccheri raffinati è un ottimo primo passo per aiutare il fegato a disintossicarsi; ancor meglio sarebbe optare per una dieta mirata ipocalorica, basata sull'azione di erbe e radici amare.


Indipendentemente dal regime alimentare che sceglieremo, pochi semplici accorgimenti daranno alle nostre abitudini quotidiane una svolta benefica, utile per la fisiologica depurazione dell'organismo e per la riattivazione del bioritmo, da favorire nelle prossime settimane, fino all'ingresso del Sole nel segno dell'Ariete (che quest'anno avverrà precisamente il 20 marzo alle ore 17.57).
Cominciamo la prassi detossinante bevendo appena svegli un bicchiere abbondante di acqua minerale minimamente mineralizzata (residuo fisso inferiore a 50mg/l) a temperatura ambiente.
A colazione, per contrastare la sensazione di stanchezza (effetto fisiologico del cambio di stagione) a giorni alterni optiamo per una preparazione fatta al momento ricca di calcio e potassio. La ricetta è facile e veloce: amalgamate un bicchiere abbondante di latte di mandorle con un cucchiaino di cacao amaro e un cucchiaino di miele, aggiungete quindi una banana tagliata a rondelle, se preferite frullando il tutto.
Attenzione agli ingredienti: prediligiamo i prodotti biologici, che offrono più garanzie riguardo al minor utilizzo di prodotti chimici nocivi o pericolosi per l'uomo e per l'ambiente. Inoltre, quando acquistiamo prodotti extraeuropei, come ad esempio la frutta tropicale (banane, ananas, cocco...), gustoso concentrato di preziose sostanze nutritive, favoriamo le aziende che si impegnano per lo sviluppo sostenibile dei paesi di provenienza, (ad es. acquistando i prodotti del commercio equo e solidale).


La prassi detossinante continua durante il giorno, bevendo una tazza di tisana depurativa a conclusione dei pasti principali (pranzo e cena) e possibilmente anche a metà pomeriggio. Vi sono molte piante dalle note proprietà depurative e un buon erborista saprà prepararvi una miscela personalizzata, adatta alle vostre esigenze, anche gustative. Per di più, oggi in commercio esistono diverse tisane e infusi dalla qualità certificata, come ad esempio i prodotti biologici Valverbe, tisane té ed infusi a base di erbe e piante italiane di montagna (leggi le recensioni dell'Infuso Zero Stress).
Questi sono solo alcuni brevi esempi di pratiche quotidiane alla portata di tutti, per prepararsi all'arrivo della primavera. Indicherò altri suggerimenti e facili esercizi adatti a questo periodo nella seconda parte del post.
Mariavittoria










lunedì 24 febbraio 2014

Risveglio quotidiano: esercizi di percezione di se stessi


 Queste persone nel togliere le ciabatte, distrattamente, 
hanno pensato che la loro vita fosse oltre quelle ciabatte,
 altrove, in altro tempo e luogo…
Taiten Guareschi

esercizi meditazione ricordo di se zem consapevolezza perle nel tempo progetto vajra 

La vita è in ogni piccola azione che affrontiamo consapevolmente.

Qualche tempo fa vi ho consigliato questo esercizio nel quale provavamo a rimanere presenti e avere la percezione di noi stessi osservando le lancette di un orologio per la durata di un minuto. 

Oggi vorrei proporre un approccio più creativo alla percezione di se stessi.
Come abbiamo già detto, in questo tipo di pratica ci si impegna a rimanere presenti svolgendo una determinata azione o per un preciso periodo di tempo durante il quale concentrare tutto il nostro sforzo. Questo significa  non far vagare la mente e non far agire il corpo in automatico, come siamo abituati a fare per il 99,9% del nostro tempo, bensì essere consapevoli e sentire fisicamente la propria presenza durante lo svolgimento dell'esercizio.

Sembrerà strano ma le prime volte che ci si sforza in questi tentativi si può avere la sensazione che fino a quel momento non si era mai stati veramente svegli e si può prendere coscienza dello stato di inconsapevolezza automatica nel quale l'essere umano è quasi costantemente immerso.

Una volta che avrete eseguito qualche prova e avrete capito cosa significa essere presenti, spontaneamente vi renderete conto di quanto sarebbe bello riuscire a portare quella sensazione di assoluta consapevolezza all'interno delle vostre azioni quotidiane. In questo modo qualsiasi attività, anche la più insignificante o fastidiosa, acquisterà per voi un valore nuovo ed entrerà attivamente a far parte del vostro cammino verso una maggiore consapevolezza.

L'esercizio

Come ho anticipato, questo esercizio lascia maggior spazio alla vostra creatività, in questo caso, infatti, sarete voi a scegliere dentro quale azione o in quale momento della giornata iniettare la vostra consapevolezza.

esercizi meditazione ricordo di se zem consapevolezza perle nel tempo progetto vajra


Ci sono vari approcci, potete scegliere quello più adatto a voi, in base al vostro carattere.
Un primo approccio consiste nello scegliete un'attività o un momento piacevole e rilassante, per portare in esso consapevolezza e viverlo più pienamente. Un altro invece parte dalla scelta di un'attività che si ritiene fastidiosa o insignificante e riempirla con il ricordo di sé, in modo da caricarla di valore. Probabilmente resterà un'attività spiacevole, ma la renderete utile al vostro percorso di risveglio e quindi in qualche modo interessante. Infine, una terza possibilità è scegliere un'azione neutra, semplice, che normalmente non vi provoca nessun tipo di attrazione o avversione.

In ogni caso, è preferibile scegliete un'azione che non duri troppo tempo, qualche minuto al massimo, e che non impegni troppo la mente. Esempi perfetti potrebbero essere: lavarsi i denti, lavarsi le mani, vestirsi/svestirsi ecc.

Una volta scelta l'attività durante la quale volete ricordarvi di percepire voi stessi, dovete soltanto riuscire a ricordarvene, cioè ogni volta che ripeterete quell'azione dovrete ricordarvi di essere presenti e per quanto possibile dovrete rendervi conto di star compiendo quell'azione durante tutta la sua durata.

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Durante l'esercizio, può essere di aiuto ripetere mentalmente l'azione che state svolgendo con consapevolezza, ad esempio: «Io mi sto vestendo» oppure «sono presente, sento me stesso mentre mi vesto » nel caso abbiate scelto l'azione del vestirsi, ma l'importante è cercare di sentire se stessi.

Consigli

Scegliete un'azione sola e sforzatevi soltanto durante quell'azione. Non arrabbiatevi se vi accorgete di non esservi ricordati di svolgere l'esercizio. Ci riproverete la prossima volta che dovrete compiere quell'azione.

Ripetete l'esercizio, senza cambiare azione, per almeno una settimana.

Se vi capita per giorni interi di non ricordarvi, non vi preoccupate e non vi arrabbiate, è del tutto normale. In questo tipo di esercizi quello che conta è il continuare a provare e la presa di coscienza che deriva anche dall'accorgersi della dimenticanza. Non è una gara o una sfida in cui dovete assolutamente riuscire a raggiungere un traguardo.

Stefano



Vi ricordo che potete trovare altri utili esercizi nel mio e-book gratuito 

lunedì 10 febbraio 2014

Coerenza: i tranelli della verità

Non è scandaloso avere una verità oggi
e una domani.
È scandaloso non averne mai.
Dino Basili, Tagliar corto, 1987



La coerenza è una qualità decisamente sopravvalutata.
A essa sacrifichiamo costantemente una parte di noi stessi, quella che non vuole abbandonarsi al già visto, già vissuto, già sperimentato, quella che non vuole che ci incateniamo al passato per replicarlo fedelmente.
Che cosa significa coerenza? Dal centro del nostro essere tracciamo con cura un cerchio dal raggio piccolissimo e preserviamo il territorio così delimitato facendone il nostro regno. E badiamo bene a non valicarne mai il confine, anzi alziamo alte e possenti mura, perché, al di là, tutto è sconosciuto, ostile e pericoloso. Salvaguardare la coerenza significa impiegare le nostre energie per difendere un recinto che abbiamo delimitato e sul quale abbiamo apposto il cartello: “questo sono io”. Si tratta di difendere l’immagine di noi che ci preme conservare con cura: è immutabile, autoreferenziale, può fregiarsi dei toni dell’affidabilità e rinsaldarsi nella consapevolezza di continuare ad essere un punto di riferimento per gli altri. 



La nostra coerenza potrebbe anche avere caratteristiche completamente diverse, purché ci risultino familiari, confortanti nel confermare la presunzione di avere una conoscenza di noi stessi impassibile allo scorrere del tempo. Così, con le nostre mani ci costruiamo una prigione dalle sbarre dorate che finiamo per identificare con la vita. Questo genere di coerenza diventa ben presto la nostra sola verità: ci sono voluti anni per costruirla, per consolidarla e ne siamo talmente soddisfatti (e assuefatti) che non vogliamo abbandonarla per niente al mondo. Ci sono cose che ci definiscono, limiti invalicabili, intere parti di noi che deleghiamo ad altri, territori sconfinati che ci ostiniamo a non prendere in considerazione. Difendiamo il nostro piccolo mondo, l'infima e minima parte di noi che conosciamo, ad ogni costo, facciamo di tutto per avere ragione, argomentando con dovizia di particolari per controbattere ad ogni possibile obiezione e permettere alla nostra mente di crogiolarsi nel minuscolo orticello nel quale si sente così a suo agio, al riparo da qualsiasi tentativo di mettersi profondamente in discussione. Può essere confortevole o rassicurante quanto si vuole, ma rimane pur sempre una prigione.


Una verità unica ed immutabile non ci aiuta ad evolvere. Aggrapparsi al già noto è come voler vedere incessantemente lo stesso film, e dallo schermo della mente al palcoscenico della vita il passo è breve. Una certa verità ci accompagna fino al punto in cui è funzionale nell'aiutarci a procedere di qualche passo, poi è necessario andare oltre, vedere il mondo da nuove prospettive, avere il coraggio di cambiare direzione, per sviluppare una prospettiva ulteriore e osservare quello che ci accade con occhi nuovi. Una verità ci accompagna fin tanto che è utile, ci apre alcune porte, ci consente di salire alcuni gradini, ma pensare che esista una sola linea guida statica, granitica, che attraversa la nostra esistenza, significa perdere innumerevoli occasioni di crescita. Al di là del cerchio che delimita il nostro io, il nostro mondo, si estende una dimensione immensa, tutta da esplorare. Occorre solo creare un ponte per superare le barriere fittizie che ci siamo creati. In questo lavoro di comunicazione, la nostra carta guida e alleata è l'Arcano Numero 5, il Papa, il pontefice, vale a dire “il creatore di ponti”, colui che ci consente di abbracciare realtà altre che solitamente non prendiamo in considerazione.


Dunque? Quale atteggiamento possiamo scegliere per proseguire lungo il cammino?
Gli occhi ben aperti, la lanterna ben ferma nella nostra mano, lo sguardo acuto dell'Eremita, l'Arcano Numero 9. La consapevolezza è alta, dentro siamo pronti ad accogliere il cambiamento, pronti ad oltrepassare il ponte, a scoprire nuove verità, nuovi territori dell'Io. Impariamo ad ascoltare. Questo è il nostro equipaggiamento: tutto ciò che ci serve è la disciplina di viaggiare leggeri e sinceri. Procediamo?

Fabrizio