lunedì 26 maggio 2014

Mille immagini riflesse

Basta guardare qualcuno in faccia un po' di più, 
per avere la sensazione, alla fine, 
di guardarti in uno specchio.
Paul Auster


È straordinario e, specialmente all’inizio, sorprendente, una sorpresa che rasenta l’incredulità, soprattutto quando si converge su se stessi e non ci si accontenta di parlare a livello teorico:
Gli altri, le persone che ci circondano, che animano la nostra vita, parlano a noi, parlano di noi, incessantemente. Chiunque pensi che esista qualcosa di esterno, là, lontano, che non sia in intima connessione con noi, pone dei seri limiti alla conoscenza delle leggi che regolano la vita. Noi stessi, quando guardiamo gli altri e formuliamo su di loro giudizi, ne esploriamo il carattere e ci lamentiamo dei loro comportamenti, delle loro manie, delle asperità delle loro parole, in realtà stiamo guardando il nostro specchio personale preferito.



Anche se siamo disposti ad ammettere che questa è la regola generale, all’inizio pensiamo comunque che ci sia un cospicuo numero di eccezioni. Siamo convinti che quella persona antipatica “meriti” la nostra disapprovazione: è lei ad essere odiosa, il suo atteggiamento è oggettivamente sopra le righe, è impossibile non essere infastiditi dai suoi difetti. Tutto questo è palesemente falso: non sono le azioni in sé ad essere buone o cattive, è soltanto la nostra percezione che, filtrata dalla nostra sensibilità, le fa risuonare alla nostra frequenza. Questo per un motivo molto semplice: perché nonostante le apparenze vogliamo risolvere e guarire le nostre ferite e così richiamiamo intorno a noi persone, circostanze, avvenimenti che costantemente ci ricordino di lavorare su quanto ancora non abbiamo risolto.



Ricordate cosa disse Gesù mentre lo stavano crocifiggendo? Perdonali Padre perché non sanno quello che fanno; egli non percepiva l’aggressività dei suoi carnefici poiché in lui non vi era alcuna traccia di questo comportamento reattivo. Analogamente, uno stesso avvenimento “problematico” può lasciarci indifferenti o suscitare un gran numero di reazioni diverse. Quando questo avviene, è pratica utilissima chiedersi il motivo della nostra insofferenza, perché è in questo lavoro di analisi che si nasconde la chiave per decodificare i segnali che il nostro sé più profondo ci manda per guarire. Ed i segnali sono ad esempio il confrontarsi con persone “fastidiose” che in realtà richiamano l’attenzione su parti di noi stessi che dobbiamo riconoscere, affrontare ed integrare. 
Le qualità negative che percepiamo negli altri sono solo riflessi di noi stessi, sui quali siamo chiamati ad aprire gli occhi. Le qualità positive che ammiriamo negli altri sono ugualmente delle parti di noi stessi che siamo chiamati a far uscire dall’ombra. Se le abbiamo riconosciute negli altri, sono presenti, latenti ed in potenza, anche in noi stessi. È impossibile riconoscere qualcosa negli altri che non sia presente anche in noi stessi.
Le cose sono semplici (ma questo non significa che siano facili) e basta cambiare la prospettiva per trasformare la vita quotidiana in uno straordinario ed impareggiabile strumento pratico di lavoro su di sé. Non è meraviglioso?

Fabrizio





lunedì 12 maggio 2014

Spunti di meditazione

Se la tradizione riflette la conoscenza,
la spiritualità vive nella pratica.


Stavo meditando – precisamente lavando i piatti - quando sono affiorate alla mia coscienza le parole che ho scelto come citazione per questo post. Più che a me, credo appartengano all'umanità, perché racchiudono verità trasversali interessanti, che ci rendono consapevoli della dimensione in cui si manifesta l'insegnamento autentico: la vita quotidiana.


L'unico insegnamento effettivo, nell'universo dell'azione, è l'esempio, e anche dal punto di vista della dimensione temporale ci troviamo in un periodo nel quale questo principio cosmico risulterà sempre più chiaro. L'energia sulla Terra si sta elevando: più aumenta la luce, più le ombre diventano evidenti. Per non reagire meccanicamente alle sollecitazioni esterne, ormai sempre più numerose, frequenti e complesse rappresentazioni di una realtà sottile in piena trasmutazione, e poter cogliere l'opportunità in ogni situazione, è necessario mantenere la propria centratura, la consapevolezza del qui ed ora e la connessione con l'essere divino e imperturbabile di cui siamo parte e veicolo di conoscenza. In questo basilare lavoro su di sé la meditazione sicuramente è di grande aiuto, perché tra i suoi molti benefici offre la quiete della mente e l'accesso alla fonte della pace interiore.


Meditazione significa essenzialmente consapevolezza, la capacità di riconoscere ciò che è e di osservarlo semplicemente così com'è, ed è a questa azione nella non azione che occorre dedicarsi per lasciare spazio all'evoluzione. Più meditiamo, più aiutiamo noi stessi e l'intero pianeta. A volte però, anche quando abbiamo intenzione di fare bene, è il piccolo io ad avere la meglio, trascinandoci in una spirale discendente di comportamenti solo all'apparenza consapevoli. Non è affatto raro che i cercatori in cammino incorrano in simili deviazioni di percorso e abbiamo già riflettuto sulle convinzioni fuorvianti dell'ego spirituale. Oggi però intendo ribadire un concetto fondamentale, parafrasando la riflessione di Andrea Panatta apparsa su un vecchio numero di OltreConfine: se dopo aver meditato tre ore sul vuoto, al primo screzio con il partner dai di matto e magari ti convinci anche di avere un buon motivo per essere fuori di te, c'è un problema e certamente non ha a che fare con l'altra persona o con la situazione, bensì con il tuo approccio disfunzionale alla meditazione. Come tutte le discipline spirituali, che si chiamano pratiche proprio perché la loro componente essenziale sta nell'esperienza e non nella teoria dell'illuminazione, la meditazione migliora il rapporto con te stesso e con la realtà qui ed ora. Dunque, se a seguito della pratica torni immancabilmente a dare il peggio di te, non è perché la meditazione non funziona; molto probabilmente è quel particolare esercizio ad essere inadatto per te in questo momento.


La meditazione funziona sempre: se il metodo che utilizziamo non apporta benefici, evidentemente esso non è commisurato alla nostra condizione presente ed è opportuno scegliere più sensatamente. Per sapersi orientare bisogna imparare ad ascoltarsi e ad essere sinceri con se stessi nel riconoscere sia le proprie aspirazioni sia i propri limiti attuali. È possibile che trascorrere ore nella posizione del loto costituisca uno sforzo insensato per un occidentale; è altrettanto possibile che perfino gli esercizi di meditazione a scopo divulgativo, ormai diffusissimi e strutturati in base al livello del praticante, non siano adatti ad ogni contemporaneo, specialmente se non si può avvalere di una guida esperta, perché certo Nessun uomo è un Maestro ma anche su questo pianeta la disciplina e la tradizione vengono impartiti dai buoni insegnanti solo ad allievi pronti a riceverle. Comunque anche questo non è un problema. Per raggiungere uno stato meditativo non è affatto necessario meditare, almeno non nel senso tradizionale del termine. Abbiamo già descritto il modo in cui fare ordine, ad esempio in casa, possa costituire un'ottima meditazione, ma esistono molti altre attività adatte ad esercitare la pratica di uno stato meditativo. Cercherò di portarne alla tua attenzione alcune che nella mia esperienza si sono dimostrate veramente potenti e utili, nel frattempo ti invito a osservare attentamente la tua quotidianità: quali mansioni ti immergono spontaneamente in uno stato meditativo? Qualunque esse siano, sicuramente rappresentano un ottimo spunto grazie al quale approfondire il cammino della consapevolezza.

Mariavittoria




lunedì 28 aprile 2014

Perché no?

Niente è duraturo come il cambiamento
Ludwig Borne

Guardando il video di Andrea Pietrangeli mi imbatto in un pensiero davvero degno di nota: se nell’ultima settimana sono rimasto uguale a me stesso, interamente aderente a ciò che di me già conosco, sicuramente dovrebbe suonare un campanello di allarme.
La questione sta realmente in questi termini. Innanzitutto non si pensi che il lasso di tempo di una settimana sia un’esagerazione: l’accelerazione è certamente in atto e noi siamo chiamati a tenerne conto. La chiave di volta è dunque la parola cambiamento. Che cosa significa cambiare e perché è così importante? Iniziamo dalla seconda parte della domanda. Il cambiamento è fondamentale in un primo tempo per farci uscire dallo stato di inerzia, di abitudine a cui i tanti “noi” (famiglia, scuola, istituzioni, società, coppia...) ci vincolano, limitando in modo implicito ma inesorabile il potenziale di espressione di ciascuno. Cambiamento, quindi, inteso come strumento per uscire da un mondo meccanico, automatico, proprio di una macchina biologica addormentata. Cambiamento come metodo per modificare il proprio comportamento da reattivo (semplice adeguamento istintivo ad uno stimolo) a proattivo (gestione cosciente del proprio agire). Sulla strada che porta al risveglio, il cambiamento è il propellente che permette alla nostra fornace di continuare ad ardere e di spingerci ad avanzare lungo il cammino.


L’anima accoglie con entusiasmo il cambiamento, perché anela fare nuove esperienze evolutive e, quando anche l'io cosciente si sincronizza sulla stessa frequenza vibrazionale, la vita viene inondata dalla luce della pienezza del momento presente e di tutte le enormi potenzialità dell'essere consapevole. Cambiamento non è una parola astratta, anzi: sottende alla concretezza, all’azione, all’esperienza.
C’è un metodo molto semplice per accorgersi precisamente di dove il cambiamento non trova spazio: osservare la propria vita con un certo distacco, quasi come fosse l'esistenza di qualcun altro. In questo stato, provo a stilare una lista dettagliata di tutte le cose che faccio sempre nello stesso modo, giustificato da parole come abitudine, utilità, ottimizzazione, fretta, o da altre insensatezze quali le apologie riguardo al “perché fanno tutti così e se si è sempre fatto in quel modo un motivo ci sarà”. Inserisco subito la strada che percorro ogni mattino, la sequenza di azioni prima di coricarmi o i gesti che seguono il risveglio; aggiungo tutti i luoghi comuni personali costruiti nell'arco di una vita di distratta delega della propria libertà di vivere l'esperienza a vantaggio dell'interpretazione comune, pedissequa, in omaggio ad una maggioranza non meglio identificata né identificabile di individui che affermano “vorrei leggere ma non ho tempo”, “il venerdì si mangia pesce”, “il sabato si fanno le pulizie”.
Dopo aver compilato la lista, mi dedico, sistematicamente, a ciascun elemento dell’elenco e la semplice osservazione dei fatti lascia emergere alcune riflessioni. Ha davvero senso per me svolgere questa azione in questo modo? Posso vedere le cose da un altro punto di vista? Posso provare a cambiare prospettiva e ad agire diversamente? Posso concedermi il diritto e la soddisfazione di rompere una coerenza inutile e dannosa? Posso imparare cose nuove scrollandomi di dosso lunghe serie preconfezionate di pensieri, gesti, azioni e ampliare i miei orizzonti? Insomma, perché no?



Se fin da piccoli ci è stato insegnato ad aprire il nostro compasso il minimo indispensabile per disegnare un cerchio entro cui definire i nostri limiti e confini, in ogni momento possiamo renderci conto che è sufficientemente agevole puntare il laser dell'attenzione e ridefinire anche quei contorni che sembravano indelebili. Così dal disegno della nostra esistenza svaniscono le illusioni e riemerge la vivida sensatezza di ogni dettaglio deliberato nei minimi particolari, proprio come la realtà che costruiamo ad ogni respiro.
Fabrizio







lunedì 14 aprile 2014

Mondo interiore e mondo esterno



Fate che la vostra mente e tutte le cose agiscano come un tutto
Dogen Zenji


In questo post vorrei provare a introdurre due aspetti della stessa realtà, due metodi di trasformazione che utilizzano due modi diversi di interagire con l'indissolubile legame che c'è tra noi e il mondo. Si tratta di due approcci opposti ma ugualmente “funzionanti”.

Più volte abbiamo detto che tra la nostra realtà interiore e il mondo esterno sembra esserci un legame più stretto di quanto normalmente siamo abituati a pensare. Molti di voi si saranno accorti che dal momento in cui hanno provato a cambiare il loro atteggiamento interiore, in poco tempo è iniziato a succedere qualcosa anche nel mondo esterno.



Si potrebbe dire che è cambiato qualcosa nel risultato che il mondo ci ha restituito. Infatti, proprio come in un computer, inserendo un certo tipo di dati ed eseguendo determinate operazioni riceveremo un risultato, mentre eseguendone altri ci verrà dato un output totalmente diverso.
Nella vita il nostro atteggiamento è l'input che inseriamo nel computer, il comando che liberiamo nel mondo. Il mondo a sua volta, come un immenso meccanismo, reagirà restituendoci un certo risultato.

La metafora del computer però non è del tutto esatta, in quanto un computer restituisce risultati prevedibili, sappiamo fin dall'inizio che a una certa azione corrisponde un output predeterminato.
Nel rapporto tra noi e la realtà, invece, le cose non sono così scontate. Chi di noi è già abituato a pensare in questi termini tende spesso a fare proprio questo errore, cioè considerare per esempio che un atteggiamento interiore di positività e apertura, debba necessariamente portare direttamente a un risultato positivo.

Ma il mondo a differenza di un computer è incredibilmente creativo e anche decisamente più lungimirante di noi. Molti infatti avranno sperimentato scenari quasi totalmente opposti e a prima vista incomprensibili. Per esempio ad un cambiamento in positivo dell'animo potrebbe essere risultata una "catastrofe" in ambito lavorativo o sentimentale.
Questo accade perchè la realtà ci restituisce un risultato che è davvero positivo per noi, che è davvero quello di cui abbiamo bisogno, e anche se al momento ci può sembrare un disastro, possiamo essere fiduciosi che a lungo termine il cambiamento porterà un risultato positivo. Magari non facile da comprendere, ma sicuramente risvegliante.



La giornata dei monaci inizia dalle pulizie:
ramazziamo il giardino, puliamo il cortile, tiriamo a lucido il santuario.
Non tanto perchè siano effettivamente sporchi o in disordine,
quanto perchè tali azioni hanno il fine ultimo 
di eliminare dallo spirito qualsiasi ombra.

Keisuke Matsumoto


Il secondo metodo di trasformazione legato all'interazione con la realtà al quale vorrei accennare oggi è esattamente l'opposto di quello di cui abbiamo parlato fin'ora: si tratta dell'influenza che l'ambiente esterno può avere su quello interiore. Anche in questo caso il funzionamento non è così scontato come si potrebbe pensare, tanto è vero che alcune antiche tradizioni, come quella cinese del Feng Shui o il buddhismo di corrente Zen, pongono moltissima attenzione a questi meccanismi.


Pochi di noi sono abituati a pensare che attività fisiche piuttosto ordinarie, come sistemare gli oggetti in una stanza o fare le pulizie di casa, possano avere una grande influenza sul nostro stato interiore. Anzi, spesso si cerca di sbarazzarsi di queste incombenze in modo frettoloso e disordinato, senza rendersi conto che proprio questo atteggiamento può essere causa di una tensione interiore che può protrarsi nel tempo.
Consciamente o inconsciamente, ogni volta che passeremo di fianco a quel foglio che non abbiamo archiviato, o a quel soprammobile gettato alla rinfusa, senza attenzione, la mente ci manderà un segnale di disturbo, che alla lunga genera stress e confusione.

Per questo è importante per esempio occuparsi con cura delle pulizie domestiche e mettere in ordine gli ambienti in cui viviamo con calma e attenzione, in modo da creare le basi per coltivare una condizione interiore più rilassata e innescare un circolo virtuoso che può portare a un miglioramento graduale della salubrità dell'ambiente esterno e contemporaneamente alla nascita di una nuova serenità interiore.



Quando posate una pentola in malo modo sbattendola, essa grida di dolore.
Se non siete ancora capaci di udire quel grido, 

non si può dire che siate uomini 
che manifestano lo zazen nella vita quotidiana.
Uchiyama Roshi


Anche in questo caso, a meno che non siamo studiosi esperti di Feng Shui, non possiamo avere il controllo di tutto e sapere esattamente quale influenza potrà avere sulla nostra vita un oggetto posto proprio in quella determinata posizione, ma se ci accostiamo al nostro ambiente con gentilezza, un minimo di sensibilità e attenzione potremo capire come sistemare una mensola o un mobile in modo che non ci urti, in ogni senso.

Pertanto, qualunque sia la direzione di una nostra azione, che sia dall'interno verso l'esterno oppure dall'esterno verso l'interno, che sia l'atto più potente o il più umile, è sempre possibile porre attenzione affinché essa sia un seme positivo per noi stessi e per il futuro del nostro mondo.


Stefano









lunedì 31 marzo 2014

La funzione del limite

Ognuno prende i limiti 
del suo campo visivo 
per i confini del mondo.
Arthur Schopenhauer


In matematica, nello studio di funzione, si presta molta attenzione al concetto di limite. In particolare, si esamina il comportamento della variabile matematica (x) quando si avvicina ad un dato valore, osservando quel che accade alla funzione f(x). Questo perché si parte dal presupposto che se si analizzano valori di (x) “interessanti”, i cosiddetti punti notevoli, “punti bizzarri” nei quali succedono cose strane (studiando ad esempio che cosa succede alla funzione f(x), quando la variabile (x) assume valori molto vicini al valore che rende il denominatore nullo), si otterranno informazioni preziose sull'andamento della funzione f(x).
Ora proviamo a chiederci cosa succede a noi stessi (funzione f(x)) quando raggiungiamo i nostri limiti (punti notevoli).


Prima di rispondere, è utile considerare due definizioni del dizionario della parola limite:
1) “Grado, livello o punto estremo a cui può giungere qualcosa o qualcuno”;
2) “Termine, confine, ambito (concreto o ideale) che non può o non deve essere superato”.
La prima sembra avere un afflato positivo, indicando un traguardo a cui tendere, ma, esaminandola più accuratamente, implica la descrizione di un confine che, una volta raggiunto, non consente di espandere ulteriormente la propria libertà e le proprie potenzialità.
Nel secondo caso non ci sono dubbi: il limite è definito come cogente, restringe, impone regole spaziali e temporali, dice quel che si deve fare, facendo notare quello che non deve essere oltrepassato.
I limiti dunque fissano il territorio intorno a noi, delimitandolo in maniera incontrovertibile. Quel che è interessante notare è il nostro comportamento quando siamo nelle vicinanze dei nostri limiti. Perché qui possiamo fare la differenza.
Se quando ci avviciniamo loro, quasi inconsciamente torniamo indietro perché “lì non si può, non si deve, non è consentito andare …”, stiamo arretrando davanti alle opportunità altrove della nostra vita e perdiamo una grande occasione.
Se poi quando ci approssimiamo ad un limite, lo guardiamo quasi in cagnesco, fra il rassegnato e l’indignato, chiedendoci quali avverse forze del destino l’abbiano messo proprio davanti a noi, ci stiamo prendendo solamente in giro. Ci illudiamo cioè che non rientri nel pieno delle nostre possibilità rimuovere i nostri limiti e manteniamo intatto il nostro angusto mondo.
Notiamo bene che in realtà non c’è nessuna forza esterna che ci costringa a rispettare i limiti, che peraltro ad un attento esame risulteranno totalmente autoimposti: noi stessi, infatti, siamo il nostro censore più severo. E la funzione primaria del limite è proprio consentirci di scoprire la loro reale inconsistenza.


Se quando arriviamo di fronte ad un limite, anziché cambiare strada, ci fermiamo ad osservarlo nel dettaglio e trovando in noi il coraggio e l’accuratezza nel vedere lo chiamiamo per nome, se cioè riempiamo con forme ben definite i contorni che prima apparivano vaghi, se quindi prendiamo atto che un limite è tale perché è voluto da noi e non c’è nessuna altra spiegazione, allora quel limite già si sta disgregando e sta perdendo il  potere bloccante e di distorsione della realtà.
A volte basta un solo passo per fare la differenza, a volte è un solo gesto ad aprire gli orizzonti e creare un nuovo mondo, il nostro, quell'immensità che l’anima sta imparando a conoscere e che anela farci riscoprire.
Fabrizio





lunedì 17 marzo 2014

Primavera: far circolare le emozioni

Vi sono esercizi di concentrazione sui colori del prisma che possono aiutarvi a formare la vostra aura, 
ma otterrete veramente dei risultati solo se accompagnerete tali esercizi con un lavoro sulle virtù. 
Così, con l’amore vivificate la vostra aura, con la saggezza la illuminate,
 con la padronanza di voi stessi la rafforzate, 
con la purezza la rendete limpida e chiara.
Omraam Mikhaёl Aïvanhov


Come ho spiegato nel post precedente, il fegato è l'organo associato alla primavera e come tale in questo periodo richiede maggiormente la nostra attenzione. L'emozione associata al fegato è la rabbia, su di essa cercheremo di concentrare il lavoro preparatorio all'inizio della prossima stagione.
È importante rendersi conto che di per sé tutte le emozioni sono utili, perché costituiscono un'ottima occasione per imparare qualcosa di noi stessi; ma per trarre solo il meglio dalle proprie emozioni è anche necessario comprendere la loro natura e quindi la loro funzione.


La parola emozione deriva dal verbo latino emovere, “portar fuori, smuovere”, ed indica un vortice di energia che in un individuo sano, nel quale corpo-cuore-mente si trovano in equilibrio, si muove in circoli virtuosi di cui i chakra costituiscono i centri principali. La condizione naturale delle emozioni è quindi la loro libera circolazione. Si sente spesso dire che non bisognerebbe mai reprimere le proprie emozioni, esse infatti quando non vengono espresse tendono ad accumularsi, impedendo il libero fluire dell'energia; come fare però quando ci troviamo a dover esprimere emozioni che potrebbero avere degli effetti spiacevoli?
Spiacevole è tutto ciò che trasgredisce al comandamento “ama il prossimo tuo come te stesso”, sul quale vi suggerisco di meditare camminando all'aria aperta, possibilmente indossando abiti di colore arancione, la tonalità essenziale che ci aiuta ad entrare in contatto con il secondo chakra, sede delle emozioni primordiali e della fiamma della nostra natura creativa e compassionevole.


Per liberarsi in modo inoffensivo da un eccesso di emozioni bloccate, specialmente dalla rabbia repressa, propongo un esercizio semplice ma intenso, da svolgere possibilmente all'aperto e ad una certa distanza da altre persone. Per tutta la durata della pratica, evitate scatti o movimenti improvvisi e se necessario prima di cominciare eseguite qualche esercizio di stretching muscolare per non incorrere in strappi o stiramenti.
  1. Posizionatevi in piedi (chi ha problemi di equilibrio o disturbi ai tendini o alla colonna vertebrale può divaricare leggermente le gambe, fino ad avere i piedi perpendicolari alle spalle), rivolgendovi ad uno spazio libero davanti a voi;
  2. Inspirando lentamente con il naso, alzatevi sulle punte dei piedi e contemporaneamente portate indietro le braccia tese, sollevandole il più possibile, come farebbe uno sciatore per darsi la spinta e partire;
  3. Espirando rapidamente dalla bocca, tornate a poggiare il peso su tutta la pianta dei piedi, e contemporaneamente portate le braccia avanti (le mani avranno così compiuto un semicerchio, con le punte delle dite che puntano prima indietro, poi verso il basso, e infine avanti), congiungendole davanti a voi con i pugni chiusi e gli indici puntati in avanti;
  4. Ripetete l'esercizio almeno sette volte, avendo cura di compiere gesti fluidi e di seguire il ritmo del vostro respiro.
Questo esercizio è solo una pratica propedeutica al lavoro sulle emozioni bloccate, difatti, è utile per evitare un sovraccarico emozionale del nostro organismo psicofisico e non va inteso come un mero “sfogo”. Tuttavia, la vera occasione di crescita non sta tanto nello sbloccare la nostra rabbia repressa, quanto nel comprendere cosa questa emozione abbia da comunicarci.


Il punto sul quale vogliamo focalizzarci è quindi imparare a gestire le emozioni, cioè disciplinare il proprio atteggiamento mentale e il proprio comportamento al fine di ottenere una risposta armonica all'esperienza del sé che impara a conoscersi. La gestione delle emozioni comprende tre fasi strettamente interconnesse: osservazione, comprensione, libera espressione. Di nuovo, la pratica vale più di mille astrazioni, per questo vi presento un semplice esercizio di ascolto interiore.
  1. In piedi, tenendo le gambe leggermente divaricate, inspirate portando in alto le braccia, espirate, lasciandole ricadere dolcemente. Eseguite questa respirazione almeno tre volte, cercando senza sforzi di armonizzare i movimenti al respiro;
  2. Continuate a respirare consapevolmente e portate consapevolezza all'interno di voi;
  3. Lasciate che la consapevolezza scorra come un'onda benefica in tutto il corpo, e quando vi sentite a vostro agio focalizzate l'attenzione sull'area sacrale, corrispondente al secondo chakra, sede delle emozioni primordiali;
  4. Ascoltate il vostro secondo chakra, l'energia in esso fluisce liberamente? Se percepite dei blocchi di energia, soffermatevi con cura su ciascuno di essi e ascoltate cosa vi comunica con disponibilità e accettazione, senza giudicare o censurarvi;
  5. Concludete il momento di ascolto interiore ringraziando il vostro chakra sacrale per il magnifico lavoro che svolge, inviandogli luce e comprensione.
L'ascolto interiore prepara il passaggio dall'osservazione di ciò che c'è (ad es. un'emozione di rabbia repressa) alla sua comprensione. Comprendere significa accettare che ciò che abbiamo individuato, ad es. un'emozione negativa, ha qualcosa da insegnarci e quindi in un certo senso è una parte significativa di noi che richiede attenzione. Al pari delle altre emozioni bloccate, la rabbia in sé non è il problema, bensì un indicatore di ciò che per noi costituisce un disagio irrisolto che richiede attenzione. In questa fase è quindi fondamentale chiedersi perché proviamo quell'emozione e cercare di comprendere cosa voglia esprimere. A questo punto, una volta trovata una risposta alla domanda fondamentale, impegniamoci per trovare il modo di mettere in pratica quanto abbiamo scoperto di noi dall'ascolto della nostra emozione, imparando a manifestare noi stessi in modo armonioso, cioè privo di conflitti intrinseci, di resistenze e condizionamenti.

Mariavittoria





lunedì 10 marzo 2014

Primavera: istruzioni per chi ben comincia

I fiori della primavera sono i sogni dell'inverno
raccontati, la mattina, al tavolo degli angeli.
Khalil Gibran

Quando il Sole entra nel segno zodiacale dell'Ariete avviene l'equinozio di primavera, momento che in antichità segnava l'inizio del nuovo anno: l'ariete era sacro al dio Marduk, patrono di Babilonia e noto in lingua accadica come Amar Utu, “vitello solare”. Per questo, anche lo zodiaco occidentale, derivato dalla sapienza astrologica mesopotamica, comincia proprio con il segno dell'Ariete, fissato a Oriente, il punto cardinale dove sorge il Sole.


Come tutti i momenti di transizione, anche il periodo precedente all'equinozio di primavera è il momento ideale per compiere precise attività di preparazione alla nuova stagione. In particolare, tale periodo è tradizionalmente dedicato alla purificazione o liberazione interna ed esterna.
Esteriormente, ci liberiamo di tutto ciò che è superfluo o passato, rassettando a fondo la casa (le “pulizie di primavera”), per fare entrare aria fresca e nuova energia. È questo il momento ideale per dedicarsi alle salutari pratiche di liberazione dall'inessenziale che ho già descritto nell'articolo Scegli la Felicità.
Interiormente, ci dedichiamo alla purificazione del fegato, organo che secondo la medicina orientale è associato alla primavera (elemento Legno). Non a caso, siamo nel periodo di quaresima, quaranta giorni precedenti la Pasqua (anch'essa calcolata sulla base dell'equinozio di primavera) in cui i cristiani osservanti si astengono dal consumo di carne e cibi elaborati. Al di là delle valenze religiose, evitare l'assunzione di proteine animali e zuccheri raffinati è un ottimo primo passo per aiutare il fegato a disintossicarsi; ancor meglio sarebbe optare per una dieta mirata ipocalorica, basata sull'azione di erbe e radici amare.


Indipendentemente dal regime alimentare che sceglieremo, pochi semplici accorgimenti daranno alle nostre abitudini quotidiane una svolta benefica, utile per la fisiologica depurazione dell'organismo e per la riattivazione del bioritmo, da favorire nelle prossime settimane, fino all'ingresso del Sole nel segno dell'Ariete (che quest'anno avverrà precisamente il 20 marzo alle ore 17.57).
Cominciamo la prassi detossinante bevendo appena svegli un bicchiere abbondante di acqua minerale minimamente mineralizzata (residuo fisso inferiore a 50mg/l) a temperatura ambiente.
A colazione, per contrastare la sensazione di stanchezza (effetto fisiologico del cambio di stagione) a giorni alterni optiamo per una preparazione fatta al momento ricca di calcio e potassio. La ricetta è facile e veloce: amalgamate un bicchiere abbondante di latte di mandorle con un cucchiaino di cacao amaro e un cucchiaino di miele, aggiungete quindi una banana tagliata a rondelle, se preferite frullando il tutto.
Attenzione agli ingredienti: prediligiamo i prodotti biologici, che offrono più garanzie riguardo al minor utilizzo di prodotti chimici nocivi o pericolosi per l'uomo e per l'ambiente. Inoltre, quando acquistiamo prodotti extraeuropei, come ad esempio la frutta tropicale (banane, ananas, cocco...), gustoso concentrato di preziose sostanze nutritive, favoriamo le aziende che si impegnano per lo sviluppo sostenibile dei paesi di provenienza, (ad es. acquistando i prodotti del commercio equo e solidale).


La prassi detossinante continua durante il giorno, bevendo una tazza di tisana depurativa a conclusione dei pasti principali (pranzo e cena) e possibilmente anche a metà pomeriggio. Vi sono molte piante dalle note proprietà depurative e un buon erborista saprà prepararvi una miscela personalizzata, adatta alle vostre esigenze, anche gustative. Per di più, oggi in commercio esistono diverse tisane e infusi dalla qualità certificata, come ad esempio i prodotti biologici Valverbe, tisane té ed infusi a base di erbe e piante italiane di montagna (leggi le recensioni dell'Infuso Zero Stress).
Questi sono solo alcuni brevi esempi di pratiche quotidiane alla portata di tutti, per prepararsi all'arrivo della primavera. Indicherò altri suggerimenti e facili esercizi adatti a questo periodo nella seconda parte del post.
Mariavittoria